Cinetelevisionando

Film  -  Serie TV  -  L'angolo della tumefazione   -  Gli Immortali   -  Off Topic


Visualizzazione post con etichetta fantascienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fantascienza. Mostra tutti i post

The Boys, il Gattopardo in stile supereroico

Ne ho piene le scatole di serie che partono a mille, promettendo mari e monti, e alla fine diventano una schifezza improponibile.
L’ultima di queste è The Boys.
Basata sul fumetto (disturbante) di Garth Ennis e Darick Robertson, è realizzata da Eric Kripke già padre della serie Supernatural.


Di cosa parla The Boys?
L’idea non è niente affatto male.
Siamo nel mondo odierno, dove però è successo qualcosa: i supereroi esistono sul serio e salvano la gente dai “cattivi”.
Ma siamo sicuri che sia così?
Certo che no!
In realtà i supereroi non esistono ma sono esseri umani i cui poteri sono generati da una droga chiamata il Siero V, inventato dall’ex nazista Klara e da Soldatino negli anni Cinquanta, gestito dall’azienda Vought che guadagna fior di miliardi con i suoi supereroi.
Butcher, il capo dei Boys, è deciso a distruggere la Voight e fermare Patriota, il capo dei Sette (i supereroi più forti e famosi), che ha ucciso sua moglie Becca.

E fin qui va bene.
Poi, però, sono cominciati i problemi.
Il primo e più grosso sta nella narrazione della storia: se la prima stagione fa il botto, con un forte contrasto tra Butcher e Patriota, dalla seconda inizia a fallire.
Hughie, lo sfigatissimo braccio destro (non voluto) di Butcher che è utile come un martello sui piedi, diventa il personaggio primario.
Sì, siamo di nuovo davanti alla sostituzione del protagonista.


E questo è uno dei tratti distintivi di Eric Kripke, come è già successo in Supernatural: Kripke ci presenta un protagonista solido, valido, di carattere, con una bella storia alle spalle, ed ecco che poi lo mette in secondo piano per lasciare il posto al braccio destro che non vale la metà del protagonista.
Se Butcher viene sostituito da Hughie, anche per Patriota la vita è difficile.
L’antagonista, uno dei migliori mai visti, è lui ma... eh, che dire, devono per forza essere gli altri supereroi ad avere più spazio.
Peccato perché in realtà Karl Urban e Antony Starr reggono benissimo tutta la serie da soli (aggiungo anche Jensen Ackles, alias Soldatino, che però arriva più avanti).


Altro problema: The Boys doveva prendere in giro la società odierna, ma più che prenderla in giro è diventata un suo fedele ritratto.
Doveva anche essere una presa in giro della Marvel e della DC, però è caduta nel loro stesso fossato: la trama, dalla seconda stagione in poi, diventa circolare.
Le puntate sono piatte, sono brodi allungati dove non si va avanti, e dalla stagione 2 fino alla 5 (che conclude la serie) ci si rompe le palle in una maniera epica.

Il finale, poi...
Avete presente Il Gattopardo, la famosa frase “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”?
Si adatta perfettamente al finale della serie.
Dopo un’infinità di puntate leggere come la peperonata alle sei del mattino (grazie Aldo, Giovanni e Giacomo), alla fine non cambia nulla.
Muoiono quasi tutti, questo sì, restano Hughie e la sua mogliettina Annie (una dei Sette, per inciso), resta Ryan unico vero supereroe figlio di Patriota e della moglie di Butcher (già, la moglie non è morta ma vedete la serie per capire come mai), resta qualcun altro e resta la Vought.
Già perché Hughie non permette a Butcher di distruggerla e di privare i finti supereroi dei loro poteri.
Ammazza Butcher, la Vought resta in piedi e, anche se tutto sembra cambiato, in realtà non cambia niente.
Gattopardo style.


Se poi ci mettiamo i dialoghi troppo sboccati, i riferimenti sessuali non richiesti, la violenza gratuita sugli animali, dico che non ci siamo.
Non ci siamo proprio.

Mercy... pietà per chi lo ha visto!

Los Angeles, 2029...
In pratica fra tre anni, senza qualcosa che faccia pensare che ci sia realmente un futuro dove le cose sono cambiate.
Siamo in una città dove i social governano qualsiasi cosa, dove tutto è condiviso e la privacy non esiste (anche adesso succede, in tutto il mondo), dove il tasso di criminalità è paurosamente alto (anche adesso, in tutto il mondo) e così le autorità decidono di inventare Mercy, un sistema di giustizia AI che dovrebbe garantire ordine ed equità, nonché l’efficacia delle pene stabilite per gli imputati.


Bene, un momento che se non raccolgo le idee non so da che stron**ta partire perché qui ce ne sono troppe.
Mercy: sotto accusa, di Timur Bekmambetov, è un film che non regge.
La partenza richiama molto Demolition Man, solo che al posto del computer che decide quale deve essere il tuo modo per “placare il tuo lato irascibile” (la famosa Sartina contro cui impreca Sylvester Stallone!) c’è il giudice AI che ti dà 90 minuti per dimostrare che sei innocente, mentre tu sei legato a una sedia (pronto a friggere peggio che sulla sedia elettrica), sei da solo senza uno straccio di avvocato (ma perché gli avvocati non esistono più, nemmeno in versione AI? A Los Angeles governa la Sinistra e me lo sono persa?) e non hai un ca**o in mano per trovare prove o indizi che conducano l’AI a dubitare al 92% della tua colpevolezza (soglia sotto la quale non muori).



E il fatto di dovere dimostrare la propria innocenza, altrimenti vieni fatto fuori dal sistema, richiama senza dubbio un altro film, ispirato a un famoso racconto di Philip K. Dick: Minority Report.
Solo che qui non abbiamo i Procog che prevedono in anticipo i crimini, abbiamo il giudice Maddox che, essendo AI, dice di non potere sbagliare.
E anche qui ce ne sarebbe da dire.
Infatti il perno del film dovrebbe essere il fatto che l’AI è fallace e che un sistema basato sulle macchine, sui dati forniti da una rete condivisa, non è un sistema sicuro al 100% e che il rischio di finire ammazzati per delle calunnie è dietro l'angolo.



L’idea era ottima, ma nel film non viene sviluppata perché se ne parla solo negli ultimi 10 minuti.
E come si svolge la pellicola?
In modo pessimo, secondo me.
Chris, il protagonista, rimane legato alla sedia degli imputati per quasi tutto il film e parla con il giudice Maddox.
La ricerca delle prove e del reale colpevole dell’omicidio di cui Chris è stato ingiustamente accusato viene affidata a video in stile The Blair Witch Project, confusionali, che servono solo a portare avanti il film fino alla fine, anche questa deludente.
Non c'è vera azione, il senso del dramma non arriva.
I personaggi spesso sono insopportabili, come per esempio la figlia di Chris che se nel film non c'era sarebbe stato molto meglio.

Ennesimo film da buttare nel cesso.



The running man, una sfida persa in partenza

Potrei scrivere la mia recensione in questo modo: Arnold 1 – Nuovo film 0.
Ma sarebbe un po’ troppo sintetica, perciò procederò parlandovi di The running man, il remake di L’implacabile (The running man).



Entrambi i film sono tratti dal racconto La lunga marcia, di Stephen King quando usava lo pseudonimo di Richard Bachman.
Opinione personale sul racconto: carino ma non entusiasmante.
Gli editori fecero fuochi d’artificio quando King disse che lo aveva scritto in una settimana, io dico che la pecca sta proprio là, poteva essere più approfondito e avvincente.
Amen.

I due film si differenziano subito per la durata.
Un’ora e quaranta contro due ore e un quarto. Premetto che ci sono film lunghi che vale la pena di vedere, ma quasi tutti i film di oggi hanno il grande difetto di durare troppo senza dire niente. The running man è così.
Per quanto sia più fedele (non del tutto) al racconto di King, è una rottura di palle dall’inizio alla fine.
Il classico film che lo guardi e non sei coinvolto. 
Pensi alla lista della spesa, al lavoro, a mille altre cose ma il film non arriva.



Cominciamo dagli attori. Arnold buca lo schermo, puoi dargli anche il più insignificante dei ruoli e lui lo rende immortale.
Glenn Powell non è all’altezza di Arnold, non lo sfiora nemmeno.
Non è coinvolgente, non è carismatico, non è incisivo. Sai che è il protagonista del film solo perché te lo ripetono ogni cinque minuti che il suo personaggio è Ben Richards, altrimenti non te ne accorgi.
Passiamo all’antagonista, Damon Killian, ideatore (almeno nel film del 1987) e presentatore dello show.
Il primo Killian, interpretato da Richard Dawson, buca anche lui lo schermo. Il suo carisma crudele, la sua capacità manipolatoria, il suo usare la gente (stracolma di ignoranza, finché non si sveglia dopo il video rivelatore che viene mandato in onda dai ribelli) fa da perfetto contrappeso all’onestà e al coraggio di Arnold e dei ribelli.
Invece il Killian del nuovo film non arriva.
Il suo personaggio tenta di emulare l’originale, ma si capisce che a Josh Brolin non è stata data la libertà di interpretazione che avrebbe invece meritato.
Inoltre in The running man, Killian è solo l’ideatore del programma ma non il conduttore, che si chiama Colman Domingo, e si avverte che il distacco non funziona.


Come ho detto, il nuovo The running man non funziona, non scorre, non è emozionante.
E, per concludere, copia in grande stile V for Vendetta con la figura dell’Anonimo, che come V scuote le masse svelando la verità sulla dittatura tramite filmati, volantini, giornali segreti.
Persino il finale del film è quasi del tutto identico a quello di V for Vendetta, salvo che alla fine Ben Richards è ancora vivo.
Almeno qualcosa di originale c’è, in fin dei conti.

Stranger Things: breve ma veritiera recensione


Stranger things.
La serie che è durata undici anni e che sono fiera di dire che non ho visto perché mi ha fatto schifo fin dalla puntata pilota.
Il mio compagno però l’ha apprezzata, almeno fino all’ultima stagione, e mi ha fatto un mega riassuntone con tanto di filmati youtube.
Così, alla fine, posso scrivere la mia recensione che sarà concisa e veritiera.

Prendi un po’ di IT.
Prendi un po’ di Star Wars.
Prendi un po’ di Fringe.
Prendi un po’ di Marvel.
Prendi un po’ di X-Men.
Prendi un po’ di Twin Peaks.
Prendi un po’ di X-Files.
Prendi un po’ di Montauk.
Prendi un po’ di Goonies.
Prendi un po’ di Totem.
Shakera ma non agitare gli ingredienti.
Aggiungi il classico woke che adesso non può mancare.
Aggiungi un finale di me**a.

Ecco la serie, più che recensita.
Alla prossima.



Absolon: quando il male è la cura (niente di familiare?)

“Il male non era la malattia, ma la cura.”
Vi dice qualcosa, questa frase?
Un vaccino, una cura che uccide i pazienti che soffrono di uno strano, oscuro male che non si sa bene da dove venga, una società controllata da una dittatura politica mondiale...


No, tranquilli, non si parla di quello che succede adesso nel mondo.
Non se ne parla giusto perché Absolon – Virus mortale è uscito nel 2003, diretto da David De Bartolome, diciassette anni prima in anticipo rispetto a quello che viviamo oggi.
Eppure, in questo film che vede per protagonista Christopher Lambert, la situazione è davvero inquietante.

C’è stata una pandemia di cui non si è mai compresa bene l’origine, anche se i media dicono che è collegata all’inquinamento e al buco nell’ozono.
La cura, il vaccino Absolon che va preso ogni giorno, sembra l’unico mezzo per salvare quello che è rimasto del mondo.
Ma il detective Norman Scott comincia a sospettare che ci sia qualcosa dietro, una verità non detta che potrebbe cambiare per sempre le cose e smantellare la falsità della pandemia.
Eh sì perché, come scoprirà rimettendoci quasi la vita, il vero male è proprio il vaccino Absolon creato dall’élite mondiale per soggiogare il popolo e diventare sempre più ricca e potente.


A parte “vaghe” somiglianze con il mondo di oggi, parliamo del film in sé.
Christoper Lambert si muove del tutto a suo agio in questo film di fantascienza con atmosfere che un po’ ricordano Blade Runner, nei panni di un detective all’inizio fedele al sistema che poi inizia ad aprire gli occhi e capire che tutto è sbagliato.
Il ritmo del film è buono, non ci sono momenti di noia e alla fine si comprende bene il senso della storia.
Gli effetti speciali non sono molti, come è giusto che sia quando ancora la CGI non predominava sulla narrazione.
Da ricordare anche la presenza di Ron Perlman, un attore che secondo me viene un po’ troppo sottovalutato mentre in realtà è molto bravo e ha una grande presenza sullo schermo.

Il mio giudizio? A me il film è piaciuto, soprattutto per il suo spietato realismo.
Se lo avete visto, fatemi sapere cosa ne pensate!

Companion: un film che ha tanto da dire

Che cosa succederebbe se gli uomini scegliessero un androide come compagno per la vita? 
Quello che accade nel film Companion, di Drew Hancock.


Siamo in un futuro non molto lontano dal nostro, già soggiogato dalla sempre più presente AI, e le persone incapaci di sviluppare relazioni sane con altre persone scelgono degli androidi con cui passare la vita.
Li attivano, si fanno riconoscere come unico amore della loro vita e ne diventano gli unici padroni. E, ovviamente, gli androidi non lo sanno perché la ditta che li ha creati fa credere loro di essere delle persone normalissime.
Questa è la storia di Iris, la protagonista.

Il film si apre subito con una dichiarazione che svela il finale: per Iris i due giorni più belli della sua vita sono quando ha conosciuto Josh, il suo umano, e quando l’ha ucciso.
Niente sorprese, dunque, ma è interessante scoprire come si dipana la storia.
Dico solo questo, per non fare spoiler: in una villa sperduta nel mezzo del nulla, con annesso lago e bosco dove perdersi o venire inseguiti, ci sono quattro persone, due androidi di cui uno (Iris) da usare come capro espiatorio e un sacco di soldi appartenenti al padrone di casa, ignaro del fatto che gli “amici” lo vogliono “più orizzontalmente che verticalmente” (cit. Cetto La Qualunque).


Ma non è, in realtà, questo il fulcro del film.
I fulcri sono due.
Il primo riguarda il rapporto uomo-macchina in un bellissimo richiamo stile Terminator: non è stato Skynet e prendere coscienza di sé, ma gliel’ha fatta prendere il suo creatore.
Qui è lo stesso: non sono gli androidi a fare del male, sono i padroni che glielo ordinano. E se l’androide non vuole, ecco che prende coscienza di sé e, giustamente, si ribella.

Il secondo tema importante è il rapporto uomo-donna.
E qui c’è una denuncia che ho apprezzato moltissimo: un regista uomo non si fa problemi a mostrare il lato violento di certi “maschi” che pensano che l’unico tipo di rapporto “sano” con una donna sia la violenza.
Infatti Josh soggioga Iris con un’intelligenza minima, la violenta, la maltratta, la picchia, cerca di farla ammazzare e quando fallisce nel suo tentativo, le ordina di suicidarsi.
Un esempio più che perfetto del terribile fenomeno del femminicidio che continua a dilagare in tutto il mondo.


Come concludere?
Guardate il film, immergetevi nei panni di Iris e traete le vostre conclusioni.
Inutile dirlo, a me è piaciuto davvero tanto!

Moonfall... ecco... che dire?

Forse doveva essere un film per nerd, per quella gente che è ancora convinta di essere negli anni Ottanta, altrimenti non mi spiego il senso di Moonfall.

Il film rientra nel genere catastrofico, quel tipo di pellicola in cui tutto deve andar male per il nostro povero pianeta e di conseguenza per il genere umano ma, grazie a un manipolo di eroi, tutto si risolve.
Eccetto se guardi Deep Impact dove invece finisce tutto malissimo, ma quella è un’altra storia.


Westworld, perché concedere tutto?

Nolaniana è il termine giusto per descrivere Westworld, la serie tv creata da Jonathan Nolan (il fratello di Christopher, che ha diretto solo tre episodi), J. J. Abrams e Lisa Joy, basata sul film omonimo scritto e diretto nel 1973 da Michael Crichton.
Nolaniana, però, in senso negativo.
Il film, diciamolo subito così ci togliamo il peso, in realtà non c’entra quasi un bel ca**o di niente con la serie.



Gli autori hanno voluto farne una serie ma i due soggetti non sono per niente collegati. 
La pubblicità della prima stagione verteva sul fatto di voler far credere che L’Uomo in Nero fosse lo stesso Uomo in Nero che nel film aveva il volto di Yul Brynner.


Non è così.
L’Uomo in Nero di Nolan si chiama William, è rappresentato da due attori diversi a seconda delle linee temporali, è una persona (oppure ospite, come si dice nella serie) e ha deciso di distruggere Westworld perché ha capito quanto è pericoloso?
No, solo perché la sua storia d’amore con Dolores (uno dei semi androidi o residenti) non si è mai realizzata.
Il collegamento con il film hanno cercato di ricrearlo anche in un altro modo: a un certo punto della serie incontrerete Bernard, il pacato e un po’ timido braccio destro di Ford.
Ecco, Bernard è solo un androide ed è la replica di Arnold, che fu a suo tempo migliore amico, socio di Ford e co creatore del parco.
Gli autori hanno lasciato intendere che Arnold fosse il creatore del parco Westworld del film.
No, anche questo non è vero.



Occupiamoci della serie.
Arnold e Ford sono, si può dire, visionari al limite della follia.
Per loro inventare androidi voleva dire dare vita a esseri viventi, anche migliori delle persone, che avrebbero dovuto abitare nel mondo reale.
Da pazzi, direte voi, ma c’è di peggio.
William, alias l’Uomo in Nero, decide dopo la sua esperienza a Westworld che il parco doveva diventare un mondo dove gli ospiti paganti potevano immergersi e sfogare senza rischi penali i propri istinti.
A Westworld infatti gli ospiti possono rubare, stuprare, torturare, uccidere, distruggere e fare ciò che vogliono.
Un parco per psicopatici, diviso in più sezioni, che non mi è per niente piaciuto anche perché se già è sbagliata l’idea che l’uomo può fare qualsiasi cosa a un androide in quanto tale, è pure peggio quando inizia la rivolta dei robot perché la violenza sfocia ovunque.
Robot che si uccidono a vicenda, che uccidono esseri umani e partono alla conquista del mondo.



La narrazione avviene su diverse linee temporali e, come accade nel film Memento, non si capisce mai quale sia una linea e quale sia un’altra finché non verrà svelato allo spettatore nella stagione finale.
Altro livello di difficoltà che non risulta piacevole, dal momento che ci si perde in centomila sottotrame che spesso si perdono.

Sono molte, tante, troppe le similitudini (per non parlare delle citazioni, che se ne scrivo facciamo direttamente l’anno prossimo).
Si parte, ovviamente per chi ama la fantascienza, da Blade Runner perché il nucleo di tutta la serie è: cosa rende una macchina senziente diversa da un uomo?
La posta in gioco viene tirata su dal fatto che si lascia intuire, anche se non viene mai detto a voce alta, che ogni singolo androide sia in realtà una persona che, sul punto di morire, è stata portata via nei laboratori di Westworld e trasformata in una mezza macchina.
Per certi versi richiama il film Extreme Measures, almeno sul fatto di fare esperimenti controversi e al limite dell’etica sulle persone inermi.
Poi, non c’era bisogno di dirlo, si arriva a Ex Machina, Star Trek (ricordate i Borg, vero? O magari Data e Lor?), Matrix, Humandroid, Io robot e Terminator perché in questo mega laboratorio fatto di vetrate, plastici (ma dai, ca**o, il plastico no!) e tablet per controllare i residenti, a un certo punto arriva la consapevolezza che le macchine sono superiori e (ma dai!) devono prendere il possesso del mondo, distruggere le persone o, al limite, trasformarle in androidi così “saranno perfette”.
A dire il vero c’è pure la possessione: non quella demoniaca stile Supernatural che, al limite, è accettabile.
No.
Gli androidi prendono le persone, gli aprono il cervello ed entrano nei loro corpi: questa è la ca**ata che più di tutte ha ucciso la sospensione dell’incredulità.
E c’è anche una bella ripresa de Il Tagliaerbe, perché Arnold prima di essere ammazzato da Dolores, trasferisce nel sistema di Westworld la sua coscienza e da lì governa in segreto la sua assassina e i residenti prescelti per la rivolta contro il genere umano.



Mi rifiuto di commentare la scena in cui Ford afferma che Michelangelo dipinse Dio, Adamo e gli angeli con la sagoma di un cervello per fare intendere l’avvento delle macchine intelligenti...
Qui ho chiuso le orecchie e non ho più seguito la puntata.

E vogliamo parlare del fatto che una macchina non si può considerare superiore a un uomo?
È vero, la razza umana non è il prodotto migliore di Madre Natura perché ha un sacco di difetti, ma c’è una cosa che sa fare bene: creare le cose.
E la macchina, androide compreso, è una creazione umana che dipenderà sempre dall’uomo (il quale però non è tenuto a fargli violenza).
Qualcosa che gli autori si sono dimenticati, il caro vecchio “stacca la spina, spegni il sistema” o più semplicemente distruggi la macchina.



Alla fine, visto che la serie di spiegazioni non ne dà nemmeno a pagare oro, mi sono fatta una mia teoria.
Tutto potrebbe svolgersi all’interno di un computer, magari nella prova di un videogioco dove i tecnici devono vedere se ogni elemento funziona.
Maive, che tutto può, è il videogioco stesso.
Gli altri personaggi sono componenti del videogioco e le ambientazioni sono i vari livelli. 
Dolores, invece, è un virus che impedisce al videogioco di funzionare e che, tramite esso, si insinua nel computer di chi lo acquista.
Bernard, di conseguenza, è l’antivirus e il Sublime, che nella serie è detto Paradiso dei robot, altro non è che la formattazione stessa del videogioco.
Gli esseri umani, il mondo vero, non c’è mai stato.
Era tutto un gioco dentro un gioco.
È la sola spiegazione plausibile per salvare una serie così poco riuscita.

Va beh, direte voi, ma allora perché hai visto la serie?
Per capire dove voleva andare a parare.
Guardate in basso per capire.



Borderlands: un film di...

Ci sono film che non funzionano e dire che non hanno funzionato è un complimento.
Borderlands ha fatto così ca**re che dovrei inventare un verbo nuovo per definirlo.


E dire che Eli Roth ha fatto Hostel, che adoro, e anche altri film niente male: già, ma erano horror conditi con qualche ignorante scena splatter rilassa cervello, non erano...
Sì, ma che cos’è Borderlands?
È una specie di strano film tratto da una saga di videogiochi.
Avevano detto videogiochi anni Novanta, ho scoperto con qualche ricerca che sono nati nel 2009.
Ora, capisco che in questo periodo si sparano ca**ate del tipo “gli ucraini hanno liberato Auschwitz” oppure “gli svedesi erano neri”, però questo è davvero un errore gigantesco.
Errore voluto, direi.
Altra cosa che non digerisco: nel film ci sono dentro attori come Cate Blanchett, Jamie Lee Curtis e Kevin Hart.
Ed è venuto uno schifo totale.


Iniziamo dalla CGI.
Io non sopporto più i film dove la grafica computer la fa da padrone in maniera assurda.
Capisco che nella fantascienza o nel fantasy sia necessaria, ma deve essere usata con moderazione e soprattutto non stonare.
Non si può che ogni volta balza all’occhio qualcosa di stonato e che la mente impieghi qualche secondo per capire cosa ha davanti: questo rende la visione del film impossibile.

Anche la trama non è da meno, perché non c’è.
È una scopiazzatura di Star Wars con qualche riferimento a Mad Max (quello nuovo con Tom Hardy) e ogni tanto qualche richiamo a I guardiani della galassia.
Ma soprattutto qui si saccheggia Star Wars, la trilogia classica.
Il rapimento della principessina, il droide parlante che sembra un incrocio fra R2-D2 e C-3PO, i cacciatori di taglie che imitano in modo imbarazzante Boba Fett, il soldato (Kevin Hart) con tanto di battuta sulla sua statura già vista con Luke Skywalker, i contrabbandieri simili a Han Solo e Lando Calrissian, l’energia magica che sembra la Forza...
Una vergogna totale.


Dicevo che non c’è trama.
Però, a copiare Mad Max con Tom Hardy, ci sono un sacco di inseguimenti che non portano da nessuna parte e annoiano a morte come le sparatorie senza senso.
E poi c’è un finale tirato per i capelli dove la Prescelta che salverà Pandora e sbloccherà la Cripta è Lilith (Cate Blanchett), la ragazza su cui nessuno contava, la figlia dimenticata degli Eridiani.
La Luke Skywalker al femminile, per farla breve.

Sapete cosa non c’è in questo film?
Eli Roth.
Non esiste, ho spedito persino Dora l’esploratrice per trovarlo ma non c’è stato niente da fare.
Eli Roth è sparito.
Le sue scene sottili, psicologiche nonostante lo splatter, i suoi dettagli, i colpi di scena, i dialoghi ironici e anche profondi non ci sono.
Cosa rimane?



Hypnotic, il film che si fa vedere

Un film bello.
Semplicemente bello.
Un film che funziona e si fa vedere.
In pratica un miracolo, viste le molteplici schifezze di questi ultimi anni.


Ben Affleck, Alice Braga e William Fichtner, sotto la regia di Robert Rodriguez, sono i protagonisti di Hypnotic, una pellicola degna di essere vista.
A metà fra l’azione, la fantascienza e con un tocco stile X-Men ma anche L’Incendiaria perché le buone ispirazioni servono sempre, il film racconta di Danny Rourke (Ben Affleck), un detective a cui hanno rapito la figlioletta Minnie e che nessuno vuole aiutare.
Nessuno eccetto la medium Diana Cruz.
Insieme dovranno tenere testa al misterioso Liv Dellrayne e alla sua misteriosa Organizzazione.


Oh bene, mi direte, un classico film d’azione!
Sì, l’azione c’è e non si fa desiderare.
Ma ecco che arriva la fantascienza.
Liv infatti, al pari di Diana, è un Ipnotico.
Gli Ipnotici sono persone con poteri mentali di cui il governo statunitense si è “preso cura” con sperimentazioni stile L’Incendiaria, finché non è successo qualcosa.
Qualcosa di troppo grosso.
Questo qualcosa si chiama Domino.
Cos’è?
E cosa c’entra Domino con Danny e sua figlia?

Non vado oltre per non rovinarvi la trama.
Vi dico solo che, per quanto non sia al 100% originale, il film funziona.
Affleck è bravissimo nel rendere il suo personaggio, nel trasformarlo passo dopo passo fino a portare lo spettatore a capire cosa è realmente accaduto.
Ma ho adorato anche Fichtner con il suo antagonista (siamo sicuri che lo sia?) colmo di fascino e di crudeltà.
I due si tengono testa a vicenda, creando una tensione molto palpabile.
Gli effetti speciali fanno il resto, richiamando un po’ anche quelle bellissime scene del primo film della Marvel dedicato al Dottor Strange, nel quale i mondi si modificavano creando livelli di percezione incredibili.

Ripeto, film promosso.
Finalmente ci voleva.
Se ci sarà un sequel, sarò felice di vederlo.