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Criticoni? No, grazie, possiamo farne a meno

Le recensioni sono una cosa difficile?
Sì e no.
In teoria non lo sono, perché rientrano nella sfera delle opinioni assolutamente personali che si possono dare su qualcosa.
In pratica sono diventate un inferno, perché le recensioni hanno lasciato spazio libero al campo insulti.
Ora, io faccio recensioni sia positive che negative (il mio famoso angolo della tumefazione) ma specifico sempre che sono mie opinioni e non offendo mai nessun regista, attore, produttore perché sono persone che si impegnano e lavorano.

Il risultato del lavoro, l’opera che ne viene, è un prodotto che può piacere o meno.
E fin qui bene.
Poi però arrivano i criticoni.
Quelli che “questo film andrebbe cancellato per sempre insieme al regista”, “l’attore Tal dei Tali fa schifo e dovrebbe ritirarsi”, “non ho mai visto questo film ma so già che fa schifo”, “io avrei girato il film così perché solo io so come si fa”... (lo stesso vale per le serie).

Così mi viene da dire: ma questi criticoni chi sono?
Hanno mai prodotto qualcosa, scritto una sceneggiatura, fatto un casting, provato a scrivere un copione?
No.
Hanno mai tenuto in mano una videocamera?
No.
Hanno mai lavorato a tutto quello che c’è dietro a un film o una serie?
No.

Ecco, allora sarebbe meglio se tutti questi meravigliosi inutili criticoni facessero un passo indietro e scendessero dal loro piedistallo.
Poi se andassero pure a ca**re sarebbe meglio.



Non comprate niente da Leroy Merlin!

Off topic necessario.
La mia collega, che si occupa delle cose pratiche dell’ufficio (informatica, telefonia, cose da sistemare...) ha fatto un ordine per dei pannelli isolanti, sedie nuove, scrivanie nuove e della carta da parati...
E?
E lo ha fatto con Leroy Merlin, a febbraio.
E il pacco non è ancora arrivato.
Più di 5K euro che sono finiti nel cesso.
Un’odissea fatta di segnalazioni, mail e telefonate a Leroy Merlin con operatori stronzi fino al limite, al corriere che non ha ancora ricevuto il materiale da consegnare e denunce su denunce da parte del mio capo.
E?
E ancora un cazzo.

Vado a fare una ricerca in rete e si spalancano le porte dell’Inferno.
Recensioni negative, prodotti arrivati danneggiati oppure mai arrivati (e soldi trattenuti, ovviamente!), clienti truffati, denunce che si sono perse nel vuoto...
E qualcuno è intervenuto contro Leroy Merlin?
No.
E le autorità che dovrebbero occuparsi di queste cose, stanno ad acchiappare le farfalle col retino.

Ma io mi chiedo: possibile che l’Italia deve sempre essere il paese dei truffaldini?
Se qualcuno non ti fotte, non ti ruba i soldi e non ti prende per il culo non va bene?
Uno store come Leroy Merlin, che serve in tutta Europa e non solo, che si vanta di essere uno dei migliori negozi on line, dovrebbe essere costretto a chiudere all’istante e rendere i soldi che ha rubato ai clienti che sono stati truffati.
E invece niente...



Non sono una blogger da totomorto

Mi hanno chiesto perché non ho voluto parlare della morte di Julian McMahon, uno dei miei attori preferiti, scomparso lo scorso anno.
La mia risposta la articolo in questo post.

Non me ne frega niente del totomorto.
Che si tratti di Julian McMahon, di Chuck Norris, di Gina Lollobrigida o di qualsiasi altra celebrità, per me sono persone e come tali vanno rispettate.
Ci pensano già i giornalisti, quelli di una certa categoria infima, a fare gli sciacalli con articoli che raccontano la morte e i funerali di una persona, famosa oppure no, con dettagli che hanno del morboso e del raccapricciante.
Mi viene in mente la tragedia del Crans Montana che praticamente è diventata di dominio pubblico, come lo sono tante altre storie che invece avrebbero bisogno di silenzio.

Il silenzio è infatti quello che manca.
La decenza di fare un passo indietro, di tacere, di non scrivere post a valanga sui social media e sui blog, di rispettare i familiari e gli amici delle persone defunte.
Non sopporto infatti quei blogger che scrivono post patetici dal titolo “riposa in pace, che la terra ti sia lieve” oppure “sosteniamo tizio perché è malato, poverino!”.
Questi blogger sono persone squallide, sono avvoltoi che banchettano sul dolore degli altri e ne godono così guadagnano lettori e commenti.

E se è per questo non comprendo nemmeno quelle persone che decidono di spettacolarizzare la loro morte con video, post e podcast.
Non sono infatti d’accordo con Davide Sisto che nel suo libro La morte si fa social sostiene che rendere la morte qualcosa di pubblico, condivisibile e sociale sia un passo avanti nell’evoluzione umana e nell’educazione al decesso.
Ma quale educazione al decesso!
Tutti sappiamo che dobbiamo morire, tutti perdiamo persone a noi care nel corso della nostra esistenza.
Metterlo in pubblico è soltanto un altro modo per rendersi più visibili, in questa società che ormai è diventata indecente, che usa come slogan “se non lo vedi allora non esiste”.

La sola cosa che non esiste è il cervello di questi sciacalli assetati di morte.



Italia Shore? Anche no!

Il mio capo l’altro giorno vaglia le varie richieste e i suggerimenti che arrivano sulle nostre pagine social.
A un certo punto viene nel mio ufficio con una faccia alquanto perplessa e mi chiede se so cosa sia Italia Shore.
Da parte mia silenzio totale.
La mia collega, che condivide con me l’ufficio e l’onere/piacere di scrivere varie recensioni da pubblicare, ipotizza che possa essere uno store nuovo che ha aperto da qualche parte.
Capiamo di essere davvero vecchi, per queste generazioni mediatiche che vanno troppo di corsa, e facciamo delle ricerche in rete.


Esce fuori che Italia Shore è un reality, nato da un altro reality americano di nome Jersey Shore.
E qui mi si accende la lampadina, perché di Jersey Shore ho sentito parlare, e associo le cose scoprendo di avere ragione.
Italia Shore è un reality dove dei ragazzi ricchi e viziati convivono tra feste, alcol, discoteche, eccessi di qualsiasi tipo.

Il mio capo si chiede qual è lo scopo di questa trasmissione e nessuno di noi lo capisce.
Anche perché ci sembra incredibile credere che questo sia l’esempio di gioventù italiana che i mass media ci vogliono propinare.
Io devo credere che i ragazzi italiani sono tutti sesso, droga, alcol, spinelli, bestemmie, feste, locali chic, discoteche, corse in auto e cazzeggio a non finire?
Sul serio?

E, scusate, ma i ragazzi che studiano, che fanno volontariato, che vanno in chiesa perché credono davvero, che vanno al cinema, a prendere un aperitivo o una pizza senza fare casino, che non si ubriacano e non si drogano, che fanno sesso usando la testa non esistono più?
Sul serio?

Ed è così che il capo decide che non ci occuperemo di questo programma.
Il nostro magazine perderà una fetta di lettori?
Meglio così, non saranno certo i lettori migliori.



 



Blog in pausa

 


Basta con gli estremi!

Alla fine un estremo porta a un altro estremo, un po’ come succede nelle equazioni.
Mi è capitato l’altro giorno, mentre ero in libreria, di imbattermi in un tizio che ha commentato il libro che stavo guardando (Chiamami col tuo nome, di André Aciman) dicendo: eh ma che palle tutte queste storie gay. Non sarebbe più originale scrivere un romanzo con un uomo e una donna?

Al che ho risposto: sarebbe più originale scrivere una storia fra una giraffa e un barattolo di caffè, non crede?

Ecco, commenti come quello del “geniaccio” della libreria ne girano ovunque e non solo in campo letterario ma anche in quello del teatro, del cinema e della musica.
E non mi piace.

Il woke non è il mondo lgbt, è un atteggiamento dogmatico intollerante, discriminatorio e censorio che vuole imporre un’idea sbagliata delle cose.
Lgbt è una definizione che cerca di inglobare lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (che hanno completato la transizione) per definirli “diversi dagli eterosessuali”.
Partiamo da un concetto: siamo tutti gli uni diversi dagli altri, perché per fortuna non siamo cloni e quindi, come potete immaginare, tutte le altre etichette non mi piacciono.
Insomma, non è certo mio interesse conoscere una persona in base ai suoi gusti sessuali!

Detto questo, torniamo al problema degli estremi. Come non mi piace il woke, non mi piace nemmeno l’eterosessimo.
Sono, appunto, estremi che impongono idee sbagliate.

Parliamo di cinema, per esempio: che senso avrebbe un film come Philadelphia, se i protagonisti non fossero stati gay?
Nessuno, perché la storia vera da cui è tratta il film parlava proprio di un omosessuale malato di Aids.
E di esempi così ce ne sarebbero a migliaia, da una parte e dall’altra.

Basta con questi estremi: ci sono storie con uomini e donne, con donne e donne, con uomini e uomini.
E anche storie bellissime con animaletti buffi (Pets, dovete vederlo!), alieni, mostri strambi e chi più ne ha più ne metta.
L’importante è che una storia venga bene e abbia un messaggio positivo da dare.
Così, almeno, è come la vedo io.



In piedi signori davanti a una donna

In piedi,
in piedi, signori, davanti a una donna,
per tutte le violenze consumate su di lei,
per le umiliazioni che ha subito,
per quel suo corpo che avete sfruttato
per l’intelligenza che avete calpestato
per l’ignoranza in cui l’avete tenuta
per quella bocca che le avete tappato
per la sua libertà che le avete negato
per le ali che le avete tarpato
per tutto questo
in piedi, Signori, in piedi davanti a una Donna.
E se ancora non vi bastasse,
alzatevi in piedi ogni volta che lei vi guarda l’anima
perché lei la sa vedere
perché lei sa farla cantare.
In piedi, sempre in piedi,
quando lei entra nella stanza e tutto risuona d’amore
quando lei vi accarezza una lacrima,
come se foste suo figlio!
Quando se ne sta zitta
nasconde nel suo dolore
la sua voglia terribile di volare.
Non cercate di consolarla
quando tutto crolla attorno a lei.
No, basta soltanto che vi sediate accanto a lei,
e che aspettiate che il suo cuore plachi il battito
che il mondo torni tranquillo a girare
e allora vedrete che sarà lei la prima
ad allungarvi una mano e ad alzarvi da terra,
innalzandovi verso il cielo
verso quel cielo immenso
a cui appartiene la sua anima
e dal quale voi non la strapperete mai
per questo in piedi
in piedi
davanti a una donna.

Un disgustato off topic

Esco dal seminato del mio blog, ma qui ci vuole.
Spiegatemi cosa sta succedendo alle case editrici che si definiscono grandi e famose.
La Feltrinelli, in questo caso.
Feltrinelli che pubblica un libro che parla di sesso, di cose che nessuno si sognerebbe mai di fare (a meno che non sei un criminale bat***do da rinchiudere e gettare le chiavi nel cesso), un libro che non consiglierei mai nemmeno se mi fossi mangiata tonnellate di biscotti “all’erba” (ma poi esistono?) e con che copertina?
Con una copertina che rappresenta Darth Vader, il simbolo di Star Wars.
Se fossi la Disney o la Lucasfilm vi farei causa.
Non so se c’è da vergognarsi più per la schifosa scelta commerciale della copertina che per il libro in sé.
A voi la scelta, io vi lascio la trama del libro.



C’è un probo padre di famiglia quarantasettenne che lascia la retta via e decide che il modo migliore per cominciare la sua nuova vita è frequentare le cattive compagnie: suo figlio.
C’è un pamphlet al servizio dei visitatori extraterrestri sulle funzioni del corpo umano: sapevate che uomini e donne comunicano attraverso i capezzoli?
C’è una urologa âgée e sexy che approccia il suo paziente con disinibita professionalità, per un intervento ambulatoriale tra il set di un film porno e la casa degli orrori.
Ci sono ricchi viziati proprietari di attici e impegnati in riti di iniziazione (leggasi perdita dell’innocenza) con vacche grigie ungheresi e bambini.
Ci sono uomini minuscoli, presentatori televisivi sadici, scorpioni velenosi.
Ci sono amiche che tra una chiacchiera e una messa in piega evocano demoni vendicatori; e ancora famiglie alle prese con le tempeste ormonali del figlio sedicenne e ragazze che trovano il vero amore dove mai se lo sarebbero aspettato.
E poi c’è lui, “il grottesco fantoccio che avete visto riempire i più grandi teatri italiani per dimenarsi sul palco”: Eleazaro Rossi.
Voce narrante che, armata di umorismo al vetriolo, ci racconta queste dieci storie piene di miasmatico cinismo e malcelato disprezzo per i nostri vizi e tic mentali. Ma che sa anche sciogliersi come il più flaccido dei pupazzi di neve, davanti ai dilemmi di una bambina.
Grande figlio di pu***na ci fa ridere fino a farci male, come un’operazione a cuore aperto senza anestesia. Perché solo così, forse, possiamo trovare il coraggio di guardarci dentro.
Coccodrilla gli si accucciò accanto. “Ti voglio tanto bene, babbo.” “Te ne voglio tanto anch’io.” “Adesso muori?” “Sì, amore mio. Ma non facciamone una tragedia.”