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Hannibal, amor (et mors) vincit omnia

Hannibal Lecter.
Non so voi, ma io amo tantissimo questo personaggio pazzesco creato dalla penna di Tom Harris (che non finirò mai di ringraziare) e lo amo in tutte le salse: libri, film e naturalmente la serie che oggi recensisco.


Faccio una precisazione, così non ci torno più sopra: la serie di Bryan Fuller non è del tutto fedele al romanzo Red Dragon, è semmai una reinterpretazione in chiave ucronica.
Che vuol dire?
Un cosa sarebbe successo se le cose fossero andate così e non cosà. Semplice.

Elenco subito i difetti che ho riscontrato nella serie, che comunque è lo stesso bella e si fa vedere.
Se vuoi reinterpretare qualcosa in chiave ucronica, devi davvero creare un prodotto che sia del tutto originale: Fuller, come è successo ad altri registi, ha optato per la via del comodo.
Ha osato, certo, ma non del tutto. 
Ha preso parti dei romanzi, le ha reinterpretate però si è tenuto sul terreno del sicuro e questo mi è dispiaciuto perché si capisce subito che la serie, se fosse stata davvero del tutto nuova e se avesse sul serio osato, avrebbe avuto un potenziale miliardi di volte più alto.
Ci sono anche delle scivolate narrative, perché ovviamente Fuller conta sul fatto che chiunque veda Hannibal sia esperto dei libri (o dei film) di Tom Harris, e anche questo non va bene.
Non tutti nascono imparati.

E parliamo ora della serie.
Qui abbiamo un rapporto molto particolare, un trittico interpretato da tre grandi attori: Mads Mikkelesen (Hannibal Lecter), Hugh Dancy (Will Graham) e Laurence Fishburne (Jack Crawford).
Jack è il capo della squadra FBI di Baltimore e ha un assoluto bisogno di Will e del suo genio malato (nel senso che lo fa impazzire) per risolvere dei casi altrimenti insolubili.
E in tutto questo c’è Hannibal, illustre psichiatra, amico di Jack, collaboratore dell’FBI (questo nei libri, finché non arriva Clarice Starling, non c'era), uomo di cultura, appassionato chef, appassionato serial killer e, come si scoprirà nella serie, amante di Will (ma anche qui la storia è la contorta, per quanto la coppia sia diventata canonica a dire il vero tutta la relazione è un "io vorrei, non vorrei ma se vuoi" come cantava Lucio Battisti).
Coppia canonica, perché qui non c’è Clarice Starling.
La coppia è omosessuale (non woke), composta da Hannibal e Will che se la giocano in maniera elegante in una specie stile malato alla Achille e Patroclo né con te né senza di te, fino all’epico finale (anche se in realtà la serie è stata interrotta alla fine della terza stagione, ma può terminare benissimo così o, come preferisco io, poteva terminare direttamente alla fine della seconda stagione).


Mads Mikkelsen è un attore eccezionale, ma chi lo segue nel suo lavoro questo lo sa già.
Il suo Hannibal è perfetto, non fa rimpiangere per niente la già fantastica interpretazione che fu di Anthony Hopkins.
Elegante, controllato, spietato quando serve, manipolatore, capace di un amore che va oltre ogni limite.
Peccato che nella seconda stagione, Fuller lo tratti come uno scemo, non ho assolutamente apprezzato il fatto che lo faccia cadere in trappola come se non fosse capace di accorgersi di niente.
Non è da Hannibal Lecter.
Un'altra cosa che non mi è piaciuta è che nella terza stagione venga chiamato Il mostro di Firenze.
Ecco, lasciamo Pacciani dove si trova, per favore.

Will Graham è molto diverso dal personaggio che abbiamo conosciuto nel libro di Red Dragon.
Qui hanno voluto farlo un po’ troppo simile a Spencer Reid di Criminal Minds, con la differenza che se Reid impara a gestire il suo dono (nonostante tutto il male che gli viene fatto), Will invece ne è del tutto vittima.
Che sia psicopatico è evidente, che non potrà cavarsela altrettanto ma, volente o nolente, sarà proprio l’amore/odio per Hannibal a salvarlo.
Non ho apprezzato, nella terza e molto tribolata stagione, il fatto che Will diventi identico a come viene presentato in Red Dragon: sposato e con un figlio (anche se non suo). Ancora una volta il regista non ha osato davvero.

Jack Crawford è anche lui diverso dal romanzo ed è diventato molto str***o, cosa che non ho a dire il vero molto apprezzato ma che sembra servire alla serie per andare avanti.

Ottimi anche i personaggi di contorno, almeno per quello che riguarda la psichiatra Bedelia interpretata da Gillian Anderson, l’agente dell’FBI Prurnell, che ha il volto di Cynthia Nixon, e l’antagonista della terza stagione, Francis Dolarhyde alias Red Dragon, interpretato da un bravissimo Richard Armitage che regge al cento per cento il confronto con il mitologico Ralph Fiennes.


Non ho apprezzato per intero la squadra di collaboratori di cui si avvale Crawford per analizzare le scene del crimine, forse perché le loro dinamiche mi hanno ricordato troppo quelle della squadra di scienziati che lavoravano con Temperance Brennan in Bones: troppi galli nel pollaio, frecciatine inutili, scene che rallentano le puntate che per fortuna si salvano comunque grazie a una scrittura davvero magistrale.

Altre due note negative sono il personaggio di Alana Bloom, psichiatra con un’infatuazione mai sviluppata per Will e un'altra per Hannibal, che è un po’ il famoso bastone fra le ruote della serie, e la giornalista Freddie Lounge che qui è la saputellona arrivista di turno.
L’unica cosa positiva è che hanno deciso di trasformarla in una donna perché, dopo l’interpretazione di Philip Seymour Hoffman, nessun altro attore avrebbe retto il confronto.

Perché vedere Hannibal? 
Perché alla fine, nonostante i suoi difetti (e sono molti), è una serie per pochi. 
È raffinata, intellettuale, ironica ma profonda, elegante, macabra, erotica, adrenalinica e cerebrale, proprio come l’opera di Tom Harris a cui si è ispirata.
È una serie che ha lasciato un segno indelebile.



Sex and the City: possiamo dire che c'è qualcosa che non va?

Mi sono accorta che ho parlato, in questo post, dello sfacelo di And just like that ma non ho ancora mai scritto qualcosa in merito a Sex and The city, da cui è nato tutto.
E quindi eccoci qua!


Premetto: Sex and the City è come la trilogia di Nolan o quella di Sam Raimi (solo per fare due citazioni), la amo tantissimo nonostante i suoi difetti.
È una serie che rivedo sempre molto volentieri e che, per certi versi, è una specie di Bibbia per tante ragazze e donne in quanto tratta di argomenti che sono sempre attuali.
Ma, appunto ecco i ma, tanto la serie quanto il film (io considero solo il primo, il secondo è come And just like that, non esiste) non sono perfetti.
Andiamo quindi a vedere cosa non funziona nel mondo di Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha, e perché.

IL CARRIECENTRISMO
Se c’è una cosa che non funziona nella serie è lei, Carrie Bradshaw, interpretata da Sarah Jessica Parker che (guarda caso) era uno dei produttori e quindi (ma tu guarda ancora il caso) ha ottenuto la parte della protagonista principale della serie.
Carrie è quel genere di persona che, secondo me, è nata sotto il segno più odioso dello zodiaco: il Leone.

È egocentrica, narcisista, viziata, superba, str***a, infantile, superficiale.
E in più ha dei vizi su cui è difficile passare sopra: fuma come una ciminiera, fa le faccette in stile Biancacessa, continua a mettersi le mani fra i capelli e tira urli senza motivo.
Lei può criticare tutto e tutti ma nessuno può muoverle un’osservazione su di lei, altrimenti è un attacco di lesa maestà.
Pretende tutto e subito, specie nelle relazioni con i suoi uomini, ma non è capace di aspettare i giusti tempi, non ascolta mai e, cosa per me inaccettabile, tradisce e poi pretende pure (dopo avere spifferato tutto per lavarsi la coscienza) di avere ragione.
Ha le mani bucate, infatti ha più di 50mila dollari in scarpe e altrettanto in vestiti firmati, ma non si fa scrupolo a pretendere i soldi dalle sue amiche e a ottenerli (in questo caso da Charlotte) attraverso il ricatto dei sensi di colpa. Salvo poi non restituire mai niente.
Quando Samantha, a un certo punto della serie, ha un cancro al seno, lei pretende di essere al centro dell’attenzione e non tollera l’idea che qualcuno possa parlare di cancro o che Samantha senta la necessità di sfogarsi.
Critica Charlotte perché cerca marito ma rompe il ca**o per tutta la serie perché lei vuole il vero amore (ma vuole anche l’indipendenza nella relazione).
Critica Miranda perché, secondo lei, giudica sempre gli altri ma lei è la prima a ergersi a giudice e lo fa, peggio ancora, senza essere diretta: usa le frecciatine o sparla alle spalle del malcapitato. 


Non è di aiuto alle sue amiche, è egoista fino all'eccesso? Nessun problema, tanto Carrie ha sempre ragione.
È infantile, irresponsabile con i soldi e con le sue storie d’amore che ha mandato sempre a quel paese? Non importa, tanto Carrie cade sempre in piedi e ha sempre ragione lei.
Non è professionale sul lavoro? Non c’è problema, ottiene anche un contratto per una serie di libri, perché Carrie ha sempre ragione.
Fra l’altro ad un certo punto della serie si vede chiaramente la manovra degli autori per mettere ancora più in risalto il personaggio: vi sembra possibile, infatti, che una tizia che scrive una rubrica settimanale di sesso su un giornale ignoto possa essere conosciuta in tutto il mondo, possa essere ricercata da stilisti, attori famosi e produttori di cinema e possa aprire la borsa di New York?
Ve lo dico con chiarezza: è impossibile identificarsi in Carrie.
E perché mai dovremmo farlo?
Solo perché anche lei cerca il vero amore?
Siamo ancora ai tempi del principe azzurro e della donzella in difficoltà?
È una visione delle cose troppo limitante, per essere presa sul serio.

DONNE STEREOTIPATE
Mi dispiace dirlo, perché la serie in teoria doveva essere rivoluzionaria per il mondo femminile, ma le protagoniste sono stereotipate al massimo.
Complice, di sicuro, il fatto che ogni singola puntata sia stata scritta da due uomini: Michael Patrick King e Darren Star.


Complice pure il fatto che in ogni puntata Sarah Jessica Parker doveva sempre dire la sua (e bullizzare in modo pesante Kim Cattrall, come ammesso dall’attrice in più interviste).
Fatto sta che abbiamo quattro donne bianche, ricche, con quattro stereotipi diversi: la donna insicura ed egocentrica in cerca del vero amore (Carrie), la donna caterpillar che vede in ogni uomo un probabile marito (Charlotte), la donna in carriera che imita l’uomo (Miranda) e la donna sessualmente disinibita (Samantha).
Tutte cercano di essere indipendenti ma, alla fine, ogni singolo episodio ruota attorno a un uomo (basta pensare che il nome fittizio del compagno di Carrie, Mr. Big, mette di fatto un fallo al centro della storia) e quindi il senso dell’indipendenza si perde e il messaggio finale è: donne ma fino a un certo punto, donne solo nella visione di avere un uomo e di accasarsi.
Per dirne una, citando il film Barbie di Greta Gerwig: qui non c’è Barbie e non c’è Ken, in Sex and the City ci sono soltanto “Barbie e Ken”.

ECCESSI SESSUALI
Il titolo della serie è Sex and the City, perciò il sesso ce lo si aspetta.
Ci sono serie più contemporanee, mi viene in mente True Blood, dove il sesso è più che presente e quindi non è il sesso in sé a essere il problema.
Cosa, allora, è il problema?
Il modo in cui è stato sdoganato.
Ci sono scene con vibratori, scene sadomaso, scene così esplicite da diventare ridicole, si parla di sesso in ogni singolo incontro delle protagoniste e alla fine c’è così tanto sesso che il resto passa in secondo piano.
Abbiamo relazioni che crescono alla velocità della luce senza prendersi il loro tempo, personaggi che durano un istante e altri che durano, ma non hanno mai il giusto spazio.
Se la trasformazione di una donna è parlare di rapporti orali a tavola o di altri rapporti a bordo di un taxi... beh, non ci siamo.
Esistono serie tv e film che ci hanno dimostrato, senza ricorrere al girl power, quanto sono grandi le donne di oggi senza necessariamente essere delle dipendenti dal sesso.

TROPPI SOLDI
Un po’ come è successo con il film Dopo Oliver.
Come si fa a ritrovarsi nei personaggi di Sex and the City se sono tutti strapieni di soldi e il loro unico problema è andare in California, in Europa o negli Hamptons per ammazzare il tempo?
Come si fa, quando tirare il mese è un’impresa?


Gli unici due personaggi in cui ci si ritrova sono Aiden e Steve, precisamente un artigiano che costruisce mobili e un barista, i soli che in tutta la serie si spaccano il c**o dalla mattina alla sera per portare la pagnotta a casa.
Per il resto avvocati, imprenditori, giornalisti di grido, PR, galleriste, artisti, mantenuti in generale... 
Va beh, ciao e arrivederci.

MA QUALE LGBT
Sex and the City è stata osannata, in passato, per essere stata la prima serie a sdoganare il tema LGBT.
Ovviamente è una bufala colossale, tenendo conto che già allora esistevano serie a tema LGBT con attori gay (Queer as Folk ne è un esempio).
Ma come è trattato il mondo LGBT in Sex and the City?
A suon di stereotipi!
Stanford e Anthony, i due gay principali della serie, sono assolutamente delle macchiette: il primo viene da una famiglia ricca e non si capisce mai se ha un lavoro, il secondo è un wedding planner.
Niente a che vedere con, per esempio, uno Stuart Alan Jones o un Brian Kinney che sono rinomati grafici pubblicitari oppure con un Will Truman che fa l’avvocato.
No, certo che no.
E poi c’è la bifobia.
Non si capisce il motivo, ma le persone bisessuali nella serie sono oggetto di discriminazione.
Come se la bifobia non potesse esistere, eccetto per il personaggio di Samantha che come sempre dimostra che doveva essere lei la vera e sola protagonista della serie.
Io non sono pro woke, ma tutti vanno rispettati altrimenti non si può pretendere il rispetto.
Semplice e chiaro.

RELAZIONI?
Le relazioni della serie sono troppo veloci, troppo strane, troppo assurde.
Le riassumo personaggio per personaggio.


Carrie: a parte autodefinirsi una “cavalla indomabile in cerca del vero amore, ridicolo e sconveniente”, non si capisce bene cosa vuole dalla vita.
Incontra Mr. Big (alias John James Preston) che le chiede i giusti tempi per vedere come andrà la loro storia.
Lei cosa fa?
Prima l’isterica e per le cinque stagioni successive continua un tira e molla con questo povero uomo, saltando in una serie di relazioni che sono una peggio dell’altra, in particolare quella con Aiden che tradisce (con Mr. Big) ben due volte mandando all’aria la sua proposta di nozze. 
E anche nel film, con il suo egocentrismo, manda a monte la proposta di matrimonio di Mr. Big.
Ma poi arriva il lieto fine e vissero marito e moglie.

Charlotte: cresciuta a pane e principesse Disney, questa ragazza figlia di un pastore episcopale è una palla al piede.
Morigerata quando fa comodo, è sempre in cerca del marito perfetto (questione con cui fa scappare ogni uomo) e quando lo trova in Trey (per il quale combatte con una suocera impossibile) lo molla perché il bambino non arriva (ma i problemi ce li ha lei) e perché lui non vuole figli.
Poi si innamora di Harry, il suo avvocato divorzista ebreo e in soli tre episodi Charlotte è ebrea, sposata e alla fine della serie (e poi del film) madre di due bambine.
Tutto in stile Disney moderno.

Miranda: è l’uomo per me, fatto apposta per me.
Così cantava Mina e questo è il ritratto di Miranda: è la donna in carriera che sfoggia il suo potere monetario con ogni uomo, vuole sempre il controllo, vuole l’indipendenza nella storia anche quando avrà un figlio (con Steve) e alla fine farà andare in crisi il suo matrimonio (ma anche qui ci sarà il lieto fine).
E poi giudica qualsiasi cosa, come fa Carrie.
Viene da chiedersi come mai Steve la ami.
Forse è merito dell’alcol, visto che fa il barista.

Samantha: è la sola che si confà alla perfezione con la serie.
PR di successo, ha scalato da sola le vette della carriera ed è sempre molto chiara: se vuole una relazione lo dice ed è fedelissima, altrimenti è semplice e puro sesso.
Ha relazioni con uomini e donne e alla fine incontra il giovane Jerrod Smith, con cui trova il vero amore e con cui lotta contro il cancro al seno.
Ecco perché non ho sopportato la scelta, nel film di far finire la storia fra Samantha e Smith.
Per me stanno ancora insieme, felici e contenti.

I MASCHI
Gli uomini in questa serie non ci sono.
Non voglio essere fraintesa, ci sono come personaggi ma non come personaggi incisivi.
Tutti, da Mr. Big per finire con Steve, sono dei fantocci stereotipati che servono a fare da contorno alle protagoniste.
La serie è l’esatta rappresentazione del femminismo di oggi: alla fine ha preso i difetti delle serie incentrate sui maschi e li ha fatti propri.
La donna non esiste nelle serie maschili e qui vale lo stesso per gli uomini.
E questo è un passo avanti?

LA FRETTA È SERVITA
La serie non si prende i suoi tempi, un problema che c’è anche adesso. 
Ci sono argomenti molto seri come l’aborto, gli eccessi sessuali, la dipendenza da alcol e droghe, il cancro, le molestie sessuali, i tradimenti (e tanto altro) che però non hanno più di cinque minuti di spazio.
Il tutto accompagnato dalle battute di Carrie che “risolvono” ogni situazione.
Come se Carrie Bradshaw fosse la cura per ogni problema del mondo.

LA RIVOLUZIONE CHE NON C’È
Questa serie è stata definita rivoluzionaria.
Io non direi.
È simpatica, spiritosa, divertente nonostante i tanti difetti.
Ma la rivoluzione non è stata percepita.



L'ultima cosa che mi ha detto: quando un sufflé si ammoscia ma è pur sempre buono

Quando l’ho guardata, avevo alte aspettative come con il romanzo.
Per il libro è stato il titolo ad attirarmi.
L’ultima cosa che mi ha detto.


Un titolo potente, davvero.
La serie non lo è stata altrettanto.
Bella sì, questo non lo nego, ma non da dieci e lode.
Ora vi spiego perché.

La trama è abbastanza semplice: Hannah è sposata da cinque anni con Owen che ha una figlia, Bailey, la classica adolescente boriosa che pensa di vivere sul piedistallo.
Un giorno Owen sparisce nel nulla.
Hannah riceve da parte di una sua allieva un bigliettino con la scritta proteggila, riferito ovviamente alla figlia.
Da qui e per altri sei episodi abbiamo una trama molto altalenante: da una parte Hannah deve far capire a Bailey che devono collaborare insieme se vogliono capire qualcosa, dall’altra abbiamo una serie di flashback che dovrebbero aiutarci a fare gli investigatori.



I flashback sono il primo, grosso problema.
Siamo di fronte a una soap opera o a una serie thriller?
Mi aspettavo che i flashback servissero a ricostruire cosa poteva essere successo a Owen ma non è così.
Il personaggio è quasi del tutto assente dalla serie, è un fantasma senza senso.
I flashback riguardano scene romantiche della sua storia con Hannah, come si sono conosciuti e i momenti salienti della loro storia, altri parlano di momenti che Owen ha trascorso con la figlia o con la prima moglie (i cui dubbi sulla morte permangono anche alla fine della serie) ma nessuno di questi è incisivo.
E dopo sette puntate la cosa diventa un pochino noiosa.


La trama è prevedibile, altra pecca che non si può perdonare.
Nonostante la bravura delle attrici, dalla costruzione degli episodi, a differenza del libro, si evince quasi subito che Owen ha avuto a che fare con la mafia e il programma protezione testimoni e che quindi ora sta fuggendo per salvarsi le chiappe e per tenere moglie e figlia al sicuro.
Sicurezza relativa, dal momento che Hannah dovrà scendere a patti col boss Nicholas che è pure il nonno materno di Bailey (il cui vero nome è Chris) altrimenti le loro teste saltano in meno di cinque secondi.
Il fatto che Owen, poi, nel corso degli anni sia diventato una specie di Steve Jobs è secondo me, tanto nel libro quanto nel film, una scelta stupida: praticamente si era già cucito addosso un bersaglio con la scritta sparatemi.


Poi c’è il fatto che spesso i libri non nascono per finire sul grande schermo e L’ultima cosa che mi ha detto era uno di questi.
Per quanto la serie sia piacevole e si fa guardare, non possiede la forza narrativa di un vero thriller né la presa emotiva di quelle serie che sanno creare personaggi d'impatto.
Volendo andare incontro a un pubblico variegato, i produttori hanno creato un prodotto discreto. 
Da sette, al massimo, ma non certo da dieci e lode.



Alfredino, storia di una tragedia

C’è una linea di confine, che demarca un prima e un dopo.
E ci sono storie che sono proprio queste linee di confine.
La storia del piccolo Alfredo Rampi, detto Alfredino, è una di queste.


Come sapete, non sono mai tanto propensa a vedere film o serie tv italiani in quanto spesso mi deludono.
Ma ci sono produzioni che colpiscono il mio cuore e Alfredino, creato da Sky, è una di queste. La storia è un terribile fatto di cronaca nera, che riassumo per chi (come me all’inizio della serie) non ne sapeva molto.
È la sera del 10 giugno 1981 quando il piccolo Alfredino, di soli sei anni, non fa ritorno a casa.
Siamo a Vermicino, una piccola frazione del Lazio, dove la famiglia Rampi si è recata in vacanza affinché il bambino possa riposare prima di sottoporsi a un importante intervento cardiaco.
Cominciano le ricerche, scoordinate e superficiali, finché un giovane agente di Polizia scopre che Alfredino è caduto dentro un pozzo artesiano lasciato scoperto.
Nei tre giorni successivi l’Italia intera, e non solo, si mette in moto nel disperato tentativo di salvare il bambino precipitato a ben 36 metri sottoterra (che poi diverranno 60). Persino l’allora presidente Sandro Pertini corre a Vermicino, per portare aiuto alla famiglia Rampi. A nulla valgono i tentativi di salvataggio.
Il 13 giugno Alfredino si spegne.


La serie che Sky dedica a questa storia è senza dubbio d’impatto.
Il cast, composto da attori che secondo me sono stati davvero bravi, vede in cima Anna Foglietta nei panni di Franca (la mamma di Alfredino) e Massimo d’Apporto che interpreta Sandro Pertini.
La serie è cruda, non indora la pillola e mostra la tragedia come è stata, mettendo in luce tutte le mancanze che hanno portato alla morte del bambino.

Ma ciò che mi ha più colpito, in realtà, è stato l’impatto mediatico.
Quando emerge che la storia di Alfredino non è così semplice, non è una “notizia da provinciali”, entra in scena il giornalista di Rai2 Francesco Viviano che, con un escamotage infimo, ottiene l’indirizzo del luogo della tragedia e vi si reca con un cameraman.
La ragione, detta da lui, è quella di raccontare al paese una buona notizia in un periodo buio.
In realtà questo suo gesto avrà delle conseguenze terribili.
La storia di Alfredino diventa il primo evento mediatico che tiene inchiodata tutta l’Italia, una specie di macabro reality show dove ciascuno ha la sua opinione, buona o cattiva che sia, che fa capire ai giornalisti “l’importanza” di intromettersi nella vita delle vittime (e delle loro famiglie) per avere una grande audience.

Ecco qui la linea di confine, il prima e il dopo.
La tragedia di Alfredino traccia un confine dal quale non si potrà più arretrare.


La stampa e i mass media si trasformano, perdono l’aura di professionalità di cui si erano ammantati per anni e diventano idrovore assetate di audience, a caccia della notizia da prima pagina, diventano mostri disposti a tutto, persino a creare false notizie se necessario.
Dopo Alfredino ogni crimine, ogni tragedia, ogni notizia di cronaca nera diventerà un circo mediatico di pessimo gusto, privo di rispetto e dignità.

Ecco cosa mi ha davvero colpito di questa serie e se ci ripenso, mi viene da dire che era meglio se Alfredino non fosse mai caduto in quel maledetto pozzo ed era meglio se nessun giornalista avesse deciso di trasformare una tragedia familiare in una pagliacciata nazionale.

The Big Bang Theory: la serie che alla fine è esplosa

E tutto cominciò con un Big Bang!
Eccomi qui alla fine di quella che è stata definita una delle migliori serie di questi anni che è durata 12 stagioni.
Io direi buona ma non eccellente, semmai.


La serie racconta di quattro nerd e geek, Sheldon, Leonard, Howard e Raj, che lavorano alla Caltech e nel mondo della scienza, e del loro rapporto con il resto del mondo visto, ovviamente, con il loro sguardo stravagante ai limiti dell’assurdo.
La serie è simpatica e a volte divertente, certo, ma come è accaduto anche per altre serie su cui non mi sono risparmiata (e sono state tante), ha i suoi “ma”.
Ed eccomi pronta, quindi, a svelare i difetti di The Big Bang Theory.

SHELDONCENTRISMO
Sheldon Cooper, interpretato dal bravissimo Jim Parsons (qui non critico né lui, né gli altri attori ma solo i relativi personaggi della serie), all’inizio era partito come coinquilino e spalla di Leonard.


Ci stava, visto il carattere assurdo del personaggio e il suo essere del tutto fuori dal mondo.
Qualche battuta qui e là e via andare.
Ma no, perché gli autori hanno deciso di mettere Sheldon al centro della storia, vista l’incapacità di sviluppare a dovere gli altri personaggi.
Peccato che, e qui so che vado contro migliaia di fan, Sheldon non funziona perché è un grandissimo stronzo.
Non ha la sindrome di Asperger, né qualche strano disturbo ossessivo compulsivo e questo posso dirlo con certezza perché il fratello del mio compagno soffre della sindrome di Asperger ed è una persona di grande cuore, anche se spesso la sua mente vive in un modo tutto suo.
Sheldon è un narcisista (ricordo a tutti che il narcisismo rientra nelle patologie psicopatiche) e manipolatore che vuole accentare su di sé l’attenzione di tutti e sentirsi sempre superiore.
Utilizza il suo QI altissimo come scudo per liberarsi di qualsiasi responsabilità.
Le sue battute, personalmente, non mi fanno ridere sempre anzi trovo che spesso siano dette apposta per ferire gli altri personaggi.
Trovo indecente e irrispettoso il modo in cui tratta Amy, la sua fidanzata, sua madre Mary e anche Penny e Bernadette, le altre ragazze della serie.
Nell'ultima stagione gli autori fanno compiere un'evoluzione al personaggio, che diventa più gradevole, ma questo non è sufficiente a cancellare lo Sheldon delle stagioni precedenti.



0% NERD
C’è qualcosa nel nerdismo/geekismo (in parole povere “essere sfigati e secchioni”) di TBBT che non funziona e la spiegazione è semplice: i protagonisti non sono veramente dei nerd e tanto meno dei geek.
Sono piuttosto dei disadattati sociali che stereotipano il concetto di nerd.
Ma poi, che cos’è un nerd o un geek?
In pratica sarebbe una persona con la passione per lo studio che non è mai stata molto popolare a scuola, che ha una passione per cose considerate un po’ da sfigati come fumetti, serie tv e giochi di ruolo.
Perché TBBT non ha personaggi nerd?
Prima di tutto perché nessun nerd nutre passioni sconsiderate per qualunque cosa in qualsiasi ambito: se qualcuno vi dice che ha sconfinate passioni per ogni cosa considerata nerd, sappiate che è un pallonaro assurdo.
Secondo: i nerd non sono sociopatici, non sono persone irrisolte nella loro vita, non vestono per forza come sfigati, non è vero che non sanno rapportarsi con gli altri o che non conoscono il mondo al di là della loro passione nerd.
TBBT non ha nulla di nerd, è un insieme di battute fatte senza conoscenza per far ridere gli spettatori, è uno scimmiottare che, di fatto, ha il potere di negativizzare ciò che è davvero nerd agli occhi delle persone che non lo sono.

IL MASCHILISMO
Lo chiamano “adorkable misogyny” che si può tradurre come “adorabile e tenera misoginia nerd”.
Adorabile e tenera un ca**o.


TBBT è una serie impregnata di maschilismo dalla prima all’ultima puntata.
Le donne, siano esse personaggi della serie o persone realmente esistite, sono maltrattate e insultate in ogni singola puntata.
Penny è definita la stupida del gruppo (quando non lo è affatto) solo perché la scienza non rientra nei suoi interessi e perché viene dal Nebraska (poi siamo noi italiani, i razzisti!).
Amy è la sfigata con una madre degna di Carrie lo sguardo di Satana, che deve per forza vestire e pettinarsi come un’educanda stile Ottocento.
Bernadette è il prototipo della donna in carriera che spacca le palle a chiunque e che però deve sottostare al marito e trasformarsi in schiava quando torna a casa.
Poi ci sono le due madri, quella di Leonard e quella di Sheldon, stereotipate all’assurdo.
E in generale, ogni ragazza è facilona, scema e deve per forza starci a ogni avance.
Persino donne importanti come Marie Curie vengono definite “uomini onorari con un pene fatto di scienza”.
È inaccettabile che una serie porti avanti un atteggiamento così discriminatorio verso le donne, specie al giorno d’oggi.

I CONTRATTI
Un altro aspetto della serie che non ho trovato molto divertente sono i contratti di Sheldon.
Ebbene sì, nella sua psicopatia Sheldon Cooper ha dei contratti per qualsiasi relazione: fra coinquilini, con gli amici, i familiari, la fidanzata...
Logicamente ogni contratto ha clausole restrittive, umilianti e assurde che giocano a suo totale vantaggio.
Di recente ho letto in rete che un professore di Psicologia riteneva questa idea ottima per impostare le relazioni, così le aspettative sono subito chiare e anche i reciproci vantaggi.
Tipo Mark Zuckerberg che con un contratto impone alla moglie il sesso anche quando non può o non vuole farlo (bello mio, questa è violenza).
Roba da manicomio: metterli in una stanza imbottita e buttare via le chiavi.

CHE CONFUSIONE!
Ormai sono convinta che le serie tv con troppe stagioni, le saghe troppo lunghe di film ma anche di libri hanno una cosa in comune: la confusione.
TBBT non è da meno, ci sono un sacco di buchi narrativi e temporali che non sono mai stati sistemati.
Prima di tutto l’ascensore: è rotto perché Sheldon, per salvare il culo a Leonard, vi ha gettato dentro dell’uranio che poi è esploso. Non è possibile che il palazzo sia rimasto in piedi e che nessuno nel quartiere sia morto per effetto delle radiazioni.
Poi c’è la casa: all’inizio sembra che sia di Leonard e che Sheldon sia l’inquilino, ma nella metà della prima stagione la situazione si ribalta e alla fine non si capisce più niente.
Le ambientazioni non cambiano mai, in dodici anni.
Invece gli anni dei protagonisti cambiano: all’inizio dovrebbero avere 26 anni, nella stagione successiva sono già a 30, poi tornano indietro, poi avanti e via così. Come se l’anagrafe fosse qualcosa di relativo.
Howard che va nello spazio senza alcun addestramento e con gravi problemi cardiaci.
Sheldon che possiede un posto auto quando ancora non ha la patente.
Sheldon che non parla inglese: essendo la serie ambientata in California, è una ca**ata tremenda.
Leonard soffre di migliaia di allergie e di asma, che gli impedirebbe di lavorare a contatto con certe sostanze chimiche: a casa è a un passo dalla morte, invece in laboratorio sta benissimo.
E per finire, gli anni delle storie d’amore: due, sette, poi cinque, ancora due...
Cari autori, prendere appunti non farebbe male.

RISATE? NO, GRAZIE.
Un’altra cosa molto noiosa sono le risate di sottofondo.
In genere non le apprezzo, perché vogliono indurre nel pubblico la risata anche se magari non è necessaria dal momento che ciascuno percepisce l’umorismo a modo suo.
In TBBT sono davvero al limite, ci sono per puntata almeno una decina di risate forzate.
Un episodio dura meno di venti minuti, vedete voi.



IL PROBLEMA RAJ
Mi sono sempre chiesta, fin dalla prima stagione, il senso del personaggio di Raj, un indiano straricco mantenuto dai genitori quasi fino alla fine della serie, con uno strano mutismo selettivo verso le donne che poi si risolve (anche grazie all’alcol) e una sfortuna colossale con le ragazze.
Raj è un astrofisico ma nella serie non scopre né combina nulla di interessante.
Inoltre ha uno strano rapporto con Howard, ricco di sfumature omosessuali, che fanno pensare che sia gay quando viene ribadito che non lo è, salvo poi fallire regolarmente con l’altro sesso e stare sempre con Howard anche quando è sposato.
Poi ho scoperto che Raj non doveva esistere. Gli autori avevano pensato un altro personaggio, ma l’attore scelto aveva lasciato per altri impegni, e così hanno creato un personaggio di ripiego con l’attore Kunal Nayyar che in ogni caso è stato bravissimo (come tutto il cast).
Raj, purtroppo, è il solo personaggio la cui linea narrativa non viene conclusa ed è un peccato, vista la sua simpatia e la sua capacità, nonostante i suoi difetti, di tenere sempre unita la compagnia.

LA (MIS)CREDENZA
Non so, forse sono io che pur non essendo praticante (credo ma non credo nella chiesa) sono convinta che debba esserci rispetto sempre e comunque, ma mi ha dato molto fastidio il modo in cui la serie si approccia alla religione.
Anzi, alle religioni.
La madre di Sheldon è cristiana e il figlio la prende in giro con battute umilianti e spesso scredita la sua Fede.
Leonard non sa cosa sia la religione.
Howard è un ebreo che mangia maiale, non rispetta la Torah e pecca di blasfemia.
Raj è induista per sport.
Le ragazze? Non pervenute.
Gli autori potevano evitare di inserire l’argomento religioso nella serie, visto che la sola religione è il nerdismo.

TUTTO IL RESTO È...
Noia.
La serie parte bene ma, con l’avanzare delle stagioni, diventa ripetitiva e alla fine non fa quasi più ridere.


TOSSICA? MA CERTO!
TBBT è tossica.
Le dinamiche fra i personaggi non sono per niente positive e questo contribuisce a rovinare la serie.
I quattro nerd si odiano già in partenza, anche se si dicono amici sono in realtà invidiosi gli uni degli altri, per tutte le stagioni non si risparmiano cattiverie, battute acide e cercano sempre di boicottarsi sul lavoro.
I personaggi di contorno, come lo scienziato Barry Kripke o il venditore di fumetti Stuart, sono a loro volta fautori o bersagli di frecciate velenose.
E anche le ragazze non scherzano.
E le coppie?
Sheldon è un manipolatore anche nella relazione con Amy, che alla fine si riduce a uno zerbino fatto di sottomissione.
Howard è un bamboccione mai cresciuto e Bernadette è una rompico***oni che alla fine si comporta come la madre di suo marito.
Entrambi poi sono odiosi, per l'intera serie non fanno altro che imporsi nel tentativo di manipolare gli amici e ottenere ciò che vogliono.
Leonard e Penny impiegano una vita per sposarsi e Leonard litiga per ogni cosa rendendo la vita di Penny impossibile.
Ma che senso ha?
Fra l’altro, come ho scoperto (vedere lo screenshot), se ci fosse stata una stagione 13 la coppia avrebbe divorziato o Penny sarebbe rimasta vedova e anche per Howard e Bernadette era previsto il divorzio senza ritorno.
Alla fine sarebbero rimasti solo Sheldon e Amy.
Inquietante.


PENNY
Il mio personaggio preferito in assoluto è Penny, interpretata dalla bravissima Kaley Cuoco che aveva già esordito in Streghe.


Penny è una giovane ragazza che si è trasferita dal Nebraska con il sogno di fare l'attrice e che compirà un percorso di crescita incredibile diventando una grande donna.
Non mi piace lo slut shaming che fanno contro di lei perché ha avuto diverse relazioni, alcune anche solo sessuali.
Siccome è bionda, ha una vita vivace e grandi sogni è per forza una cret**a e una put**na.
Eh no!
Penny è forte, determinata, riesce a risolvere i suoi dubbi e tiene persino a bada Sheldon di cui diventa l'unica amica e guida (infatti Sheldon dà ascolto solo a lei, nemmeno a sua moglie Amy).
Si realizza nel lavoro e nella vita personale.
Come è emerso nel libro pubblicato sulla serie, se ci fosse stata la famosa ultima stagione, la numero 13 che si sarebbe agganciata alla serie The Young Sheldon, avremmo scoperto che Penny avrebbe divorziato (o sarebbe rimasta vedova) da Leonard, avrebbe ricevuto come regalo in segno di affetto e approvazione la casa di famiglia di Beverly (la madre di Leonard, originaria di Pasadena), si sarebbe rimessa con il suo ex Zack (anche lui dipinto come stupido senza esserlo) e insieme avrebbero avviato una società pubblicitaria di successo.
Ultimo ma non meno importante, Penny avrebbe cresciuto i suoi figli e quelli dei suoi amici in quanto è la sola persona (come Zack) capace di crescere dei bambini in modo sano.
Penny vince al mille per cento, secondo me.

BEVERLY E MARY
Volevo chiudere con gli altri due miei personaggi preferiti, Beverly e Mary ovvero la madre di Leonard e la madre di Sheldon.


Non si vedono in tutte le puntate ma sono due figure carismatiche.
Seppure ai poli opposti poiché Beverly è analitica, logica e apparentemente fredda mentre Mary è più tenera e apprensiva, sono due donne forti che hanno preso in mano le redini delle loro vite e che non hanno problemi a esprimersi né con i figli né con i loro amici.
Fra l’altro bisogna dire che se Leonard e Sheldon hanno i loro problemi, questo non dipende da loro poiché hanno già cresciuto altri figli che si sono realizzati nella vita senza difficoltà.
Adoro queste donne, peccato non averle avute di più durante la serie.



The Blacklist: senza James Spader, non vale niente

Mai dire mai.
Mi ero detta che non avrei mai trovato una serie complicata come Supernatural, Il trono di spade o I diari del vampiro, ma mi sbagliavo!
Sapete perché?
Perché non avevo ancora visto The Blacklist.


La serie ha tenuto banco dal 2013 fino al 2023, nonostante risulti essere fra le dieci serie meno viste dagli italiani (c’è un motivo, credetemi).
Io me la sono vista tutta in un paio di mesi, grazie a mamma Sky e al suo Series Box che amo alla follia.
Dirvi esattamente cosa succede in 218 puntate è un casino allucinante, perciò cercherò di essere chiara e concisa.
Raymond “Red” Reddington è un criminale di livello alfa, il Concierge del crimine.
Un bel giorno decide di consegnarsi all’FBI e di collaborare con loro per consegnare alla giustizia un numero pazzesco di criminali di cui il Bureau non sapeva un ca**o (ma dai!) in cambio di due cose: l’immunità e parlare solo con l’agente novellina Elizabeth Keen.
In ogni puntata abbiamo due sviluppi: uno verticale, con il criminale del giorno da scovare, e uno orizzontale dove cerchiamo di capire qualcosa su Red.
Fin qui tutto chiaro?

Bene, allora procedo con la recensione cercando di dirvi cosa ha funzionato in questa serie e cosa invece è da prendere a mazzate.

JAMES SPADER

Senza dubbio la serie senza Spader non vale niente. 
È lui che tiene tutto in piedi, dalla prima all’ultima puntata, anche quando cercano di mettere il suo personaggio da parte in favore di quello inutile di Liz.
Il ragazzo un po’ imbranato di Stargate, il datore di lavoro sexy di Secretary, l’avvocato bello e spregiudicato di Boston Legal, il cattivissimo Ultron degli Avengers qui dà il meglio di sé.
Red è un personaggio istrionico, un animale da palcoscenico.


Capisci che la serie va vista già dai primi minuti della prima puntata, quando lo vediamo arrendersi spontaneamente all’FBI per poi prenderla per il naso (cosa che farà in tutte le stagioni).
Ogni volta che Red entra in scena, la puntata assume il suo vero senso.
I suoi aneddoti, il suo modo di gestire la situazione, i suoi segreti e anche la sua spietatezza mista a una pietà per i più deboli, ne fanno un personaggio indimenticabile.
È un antieroe che fa perdere la testa come accade con Lestat de Lioncourt (Intervista col vampiro), Dexter Morgan, Khan di Star Trek, Anakin Sywalker di Star Wars, Crowley di Supernatural o Tony Soprano: è il Male che in realtà risulta essere il Bene, in un mondo fatto di corruzione, menzogne e crimini inimmaginabili.
Ritengo ottima, anche se molti l’hanno discussa, la scelta di non rivelare mai fino in fondo il suo segreto.
È come dire: che ognuno si faccia la sua teoria, ma alla fine quello che conta è avere amato Red.
E a James Spader, ovviamente, va un 110 e lode per avere tenuto da solo in piedi una serie che senza di lui sarebbe stata da buttare senza problemi in pattumiera.
Pensate che ha scritto di suo pugno le stagioni 9 e 10, dopo che la serie stava per crollare, e ha creato una conclusione che è un capolavoro.
The Blacklist non è una serie, è un one man show riuscito al mille per cento.
Chapeau.

ELIZABETH KEEN

Ecco a voi la prima grossa nota dolente della serie.
Megan Boone, l’attrice che interpreta Lizzie o Liz, chiamatela come volete, non è di sicuro all’altezza di Spader e su questo non ci piove (a dirla tutta, nessuno nella serie regge il confronto con Spader, chiariamolo in via definitiva).


Il guaio è che non è all’altezza nemmeno di una recita da scuola elementare.
Il suo personaggio non ha un senso nella serie.
Va bene, dovevano creare la figlia di Reddington su cui far girare la serie altrimenti col ca**o che si consegnava ai federali, ma proprio lei?
C’erano attrici migliori e con più esperienza e il personaggio doveva essere creato in modo differente.
Invece no.
Abbiamo un’attrice comunicativa quanto una forma di gorgonzola stagionato e una Liz che non si capisce.
Parte con le capacità di Kung Fu Panda e il cervello delle principesse Disney che dopo avere sposato il principe di turno non capiscono più niente. Poi quando scopre che le cose non vanno come lei voleva diventa la super agente alla “Nikita scansati che arrivo io” e inizia a fare una serie di azioni prive di senso, una ca**ata dietro l’altra, in un delirio di bipolarismo che la fa dire tutto e il contrario di tutto in soli cinque minuti di episodio.
All’inizio odia Reddington senza nemmeno conoscerlo, poi lo odia perché non crede a quello che dice, poi lo odia perché scopre che è suo padre e quindi non le ha mai mentito.
Lo detesta ma continua a chiedere il suo aiuto.
Liz si rende sempre più impossibile da sopportare, con la sua saccenza alla Puffo Quattrocchi e il suo girl power da donna con il pisello, finché (finalmente) lascia la serie nella stagione 8 dopo essere diventata una terrorista e avere tradito tutti.
Sembra la brutta copia di Clarice (Il silenzio degli innocenti) e di Sydney (Alias), con la differenza che se Spader tiene abilmente testa a Anthony Hopkins e Ron Rifkin (rispettivamente i cattivi delle due storie citate), la Boone non è nemmeno l’ombra di Jodie Foster o Jennifer Gardner.
Non ne sentiremo la mancanza.


LE STAGIONI

Tante, troppe.
Come è accaduto in altre serie che ho visto o di cui ho sentito parlare, The Blacklist eccede in una narrazione che sembra la tortura della goccia d’acqua.
Il sensazionalismo prende il sopravvento quando non ce n’era affatto bisogno e così ci si dilunga in cerca di un nuovo colpo di scena che inchiodi lo spettatore, di un nuovo super nemico da battere, di un eclatante segreto da rivelare.
Il risultato è che ci si rende conto che potevano bastare cinque, al massimo sei stagioni per concludere ogni cosa e invece bisogna sorbirne dieci, una più confusionaria dell’altra.

AMERICA, AMERICA, AMERICA 

Va beh, ma cosa ci si poteva aspettare?
La serie è talmente tanto narcisista e autoreferenziale che è un inno agli Stati Uniti.
Loro sono sempre e comunque i buoni, tutto il resto è male.
FBI e CIA sono gli eroi assoluti, poco importa se poi non ne azzeccano una senza Red, se poi si lasciano alle spalle decine di morti (effetti collaterali) e se vanno a impicciarsi di affari che non gli competono per salvare la faccia.
Possiamo uscire da questo impasse assurdo?
Sinceramente ho fatto il tifo per i membri della lista, insieme a Red sono davvero i personaggi più interessanti.

LE COSPIRAZIONI

Spesso si sparano scemenze su serie tv, film, libri, fumetti.
È successo anche con The Blacklist.
La prima teoria è quella secondo cui la serie sarebbe stata cancellata alla stagione dieci, ma basta guardare il finale della serie per capire che è una teoria che non sta in piedi.
La seconda è che Red sarebbe in realtà Katarina Rostova, la mamma di Lizzie, che ha cambiato sesso per salvarsi la vita.
Va bene che siamo in un mondo che va alla deriva, dove si respira woke come la polverina di Pollon, ma questa storia proprio non si può sentire.


Avete visto Spader?
Non è un maschio e basta, è il classico maschio alfa con tanto di calvizie da testosterone ai massimi livelli.
Ha un fisico da urlo, nonostante il tempo passato.
È un uomo.
Non c’è chirurgia plastica o pilloline di ormoni che possono trasformare una donna a questi livelli. Red è un maschio con il suo corredino di cromosomi XY.
Fatevene una ragione.

IL MALE

Reddington e i membri della lista nera la fanno da padrone.
Il male in questa serie è terribilmente affascinante.
Presentato in modo crudo, senza fronzoli, si insinua in una trama che spesso procede in modo incomprensibile (o noioso, dipende dalle stagioni), ha la capacità di calamitare l’attenzione degli spettatori.
Anche perché, diciamola tutta, i buoni della storia sono veramente dei broccoloni.

LA SERIE PROFETICA

Se c’è una cosa un po’ inquietante di questa serie è il suo essere profetico.
Red per tutte le dieci stagioni descrive il mondo come un luogo governato da poteri oscuri, da un’élite di persone disposte a tutto per avere il potere.
Un’élite che si chiama Governo Ombra, Cabala, Congrega.
Un’élite capace di gestire i mass media, di creare menzogne a suo piacimento, di generare finte pandemie con virus creati in laboratorio, guerre ad hoc per guadagnare soldi, di generare uno stato di caos continuo, di terrore e di crisi economiche e agroalimentari per tenere i popoli in ginocchio.
Non vi sembra familiare?

DA ZERO A CENTO 

A un certo punto, precisamente nella terza stagione, succede qualcosa di strano.
Se nelle prime due stagioni l’FBI non sapeva nemmeno trovarsi il sedere senza Red, da qui in poi diventano una mega task force di geni della lampada capaci di risolvere tutto ancora prima che accada.
E così tanti saluti alla sospensione dell’incredulità, il che rende un tantino più difficile seguire la serie fino in fondo.

TUTTI CONTRO RED 

Ecco un altro problema.
Red non è un santo, lo sappiamo, ce lo dice lui stesso. Eppure, nel suo essere un diavolo, ha una sua etica e per questo motivo ha deciso che alcuni criminali vanno fermati.
Cosa non va allora?
Che nella serie tutti i personaggi, persino Liz e i pochissimi amici di Red (Dembe, la sua guardia del corpo, e la dottoressa Mr. Kaplan) lo tradiranno in “mille mila modi”.
E lui che fa?
Li perdona.
Capite che non è credibile?
È come dire che Thanos è pentito di avere schioccato le dita.
Scherziamo?


LA PADEMINKIA

Ecco, signore e signori, giunge anche lei!
Se qualcuno, come me, è riuscito a non mollare la serie e arrivare alla fine della stagione 7, si imbatte in un episodio assurdo.
Dieci minuti di pippone su una pandemia che, dovrebbe essere chiaro a tutti, è stata creata per altri motivi di cui non sto qui a parlare, e poi un episodio ingodibile.
Per due minuti di scene girate con gli attori, arriva mezz’ora girata in CGI.
Una CGI brutta, che definire brutta è un complimento.
Persino Annabelle si è inorridita e dico tutto.
Penso che qui si sia toccato l’abisso del fondo.


LA FINE

Liz è fuori dalle palle, per fortuna.
Ma c’è un problema, anche l’autore (pessimo) della serie molla la cima e lascia la narrazione in sospeso.
Che si fa?
Per fortuna ci pensa James Spader che scrive di suo pugno le ultime due stagioni e regala un finale che mi ha fatto dire “ho fatto bene a resistere e sorbirmi tutti questi deliri”.
Le ultime due puntate valgono tutta la fatica, credetemi.
Grazie, James Spader!



Supernatural, la Superserie

Avevo detto che non l’avrei mai recensita, ma dopo serie come Lucifer, C’era una volta e Charmed mi sono detta che non era impossibile scrivere anche di Supernatural.
E così eccoci qua.


La serie, creata da Eric Kripke, vanta 15 stagioni con alti e bassi da paura, tenendo conto che Kripke ha mollato l’impresa dopo la stagione 5 lasciando il lavoro in mano ad altri autori.
Il tema della serie è, in linea di massima, questo: Dean e Sam Winchester sono fratelli e non si parlano da anni, hanno perso la madre che erano bambini e a inizio serie sparisce anche il padre.
Dean così si mette in cerca di Sam e i due iniziano una ricerca nel mondo del soprannaturale.
Da qui si dipanano una serie di situazioni che alzano ogni volta l’asticella.
Si passa dai semplici mostri ad angeli e demoni, fino ad arrivare a Dio stesso (non sto scherzando!). 
Per concludere con due finali: quello che secondo me era perfetto e quello penoso.

In questo post non starò a commentare stagione per stagione, come ho scritto troppe volte è una cosa lunghissima e ci si perde.
Beautiful è più semplice, giuro.
Mi limiterò a dire cosa mi è piaciuto e cosa no e, credetemi, è già difficile.
Sappiate però che, con tutti i suoi pregi e nonostante i suoi difetti, a me la serie è piaciuta da matti.


L’INIZIO

Le prime stagioni sono state davvero emozionanti.
Almeno dalla prima alla quinta.
Vuoi perché c’era Kripke come autore (visto che la serie l’ha ideata lui), vuoi perché c’era ancora un senso narrativo: bisognava fermare la venuta di Lucifero sulla Terra, nel frattempo battere qualche creatura soprannaturale maligna e ritrovare il padre dei fratelli Winchester.
Ottimo, dico davvero.
Fra l’altro qui si era delineato un potenziale narrativo superlativo: Sam doveva essere l’incarnazione di Lucifero e Dean (che nella serie è palesemente Gesù disceso di nuovo sulla Terra) doveva fermarlo.
Salvo che questa realizzazione non è stata sviluppata.
Dean (che stranamente sta con una donna, ma poi vi spiegherò il motivo) non ferma Lucifero, che tornerà per tutto il resto della serie, e Sam se ne torna bellino bellino sulla Terra.
Così arrivano le stagioni dalla sei alla quindici, e qui iniziano i guai.


LUCIFERO

Dicevo che Lucifero è una presenza fissa della serie.
All’inizio viene solo nominato, paventando un suo ritorno, poi in una puntata prende le sembianze di Sam e infine torna interpretato da Mark Pellegrino.
Pellegrino è un bravo attore, le sue interpretazioni mi piacciono molto, tuttavia non l’ho trovato adatto per la parte di Lucifero.
Era mille volte meglio Jared Padalecki (che interpreta Sam): aveva un qualcosa di diabolico, di affascinante, di str***o... insomma, era il Diavolo perfetto.
Fra l’altro il Lucifero della serie è improntato davvero male (parlo del personaggio, non dell’attore): sembra il tipico adolescente in crisi che ce l’ha su col padre (in questo caso Dio).
Nemmeno diventare padre di Jack (l’Anticristo) fa evolvere il personaggio in modo significativo.
Peccato.


JACK

Per capire come si giunge a Jack occorre fare un riassunto.
Dopo la stagione 5 di Supernatural, come dicevo, Kripke si ritira per un problema con il finale (lui non aveva previsto che Sam si salvasse, tanto meno che Dean stesse con una donna).
Subentrano così altri autori, non bravi come lui, che decidono di portare avanti la serie fintanto che c’è l’audience.
Perciò abbiamo un altalenare di stagioni difficili, altre belle e alcune discrete.
Anche qui per molto tempo, come è accaduto in C’era una volta, manca un reale antagonista e alla fine gli autori tirano fuori dal cilindro Dio.
Un’idea eccellente.
Dio nella serie è cattivissimo, si fa chiamare Chuck ed è a meta fra lo psicopatico e l’assetato di potere.
Ora, come lo fermi un tizio così?
Gli autori decidono quindi di tirare fuori Jack, il figlio che Lucifero ha avuto con la segretaria del Presidente USA (per favore, niente commenti) ovvero l’Anticristo buono.
Non scherzo.
Qui il figlio del Diavolo è un pezzo di pane al burro, è davvero dolce e buono.
Viene cresciuto da Dean, Sam e Castiel e alla fine, sconfitto Chuck, diventa il nuovo Dio e se ne va in pace con gli uomini per esplorare l’universo.
Vista la situazione in cui si trovava la serie, una situazione praticamente disperata perché tra lamentele di fan e disaccordi fra autori sembrava impossibile trovare una soluzione, direi che creare un personaggio come Jack (che funziona proprio perché è buono) era la sola idea da prendere in considerazione per concludere la serie.
E l’idea ha funzionato!

BLASFEMIA

Fra le altre cose, Supernatural è stata la prima serie tv del mondo al centro di una pesante accusa: quella di blasfemia contro la religione cristiana.
C’è stata una grande polemica, per fortuna, però, la serie non ha chiuso!
Posso dire, dal punto di vista di recensore, che in un mare di film su Lucifero che torna, l’Apocalisse, l’Anticristo ed esorcismi vari, l’idea di fare Dio cattivo è stata una genialata pazzesca.


L’OCCASIONE MANCATA

La serie ha un grosso difetto, che non sono riuscita a perdonare.
In inglese si chiama queerbaiting, in italiano posso spiegarvela così: si prendono due personaggi (anche più volendo), si fa di tutto per fare capire che sono lgbt e al 100% destinati a stare insieme ma poi non si sviluppa niente.
È un modo subdolo di fare audience, come quando si introduce a forza un personaggio con disabilità o appartenente a un’etnia non caucasica e poi lo si lascia a fare nulla.
Il queerbaiting è fra Dean e Castiel.
Tutto, ma proprio tutto, fa capire che si amano, che sono una coppia, c’è persino un “ti amo” detto da Castiel che fa commuovere.
Però poi niente.
Allora, non mi piace quando devono inserire un tema forzato in un film o in una serie, ma nemmeno quando suddetto tema è stato già definito prima della messa in onda del prodotto e non viene sviluppato.
Sono tutte e due cose troppo fastidiose!

GLI ALTRI

In quindici stagioni ci sono stati tanti, ma proprio tanti personaggi, alcuni che se ne sono andati via come una folata di vento e altri così belli, così incisivi che non solo hanno lasciato il segno ma sono anche diventati dei coprotagonisti eccellenti.
Parlo del demone Crowley e della sua mamma Rowena, della simpatica Charlie, della coraggiosa Meg, del burbero Bobby, del vampiro Ben, di Jack e di Amara (la sorella di Dio!) e di tanti altri.
Seguire le loro storie è stato un altro più che valido motivo per andare avanti con la serie, nonostante i suoi bassi.

IL WINCEST

Dicevo che Chuck alias Dio è cattivissimo.
Ma forse non sapete che ha anche due hobby: scrivere libri e creare nuovi mondi.
E lo fa nel tentativo di distruggere Dean, Sam e anche Castiel.
Peccato che non ci riesce mai, come Gargamella quando vuole cucinare la zuppa di Puffi, e alla fine è sempre più arrabbiato.
Il Wincest è tutto lo strano mondo di libri, giochi di ruolo, spettacoli teatrali, pupazzi e gadget, fanfiction e commenti dei fan che costellano molti episodi della serie.
Le scene del Wincest sono sempre divertenti, un abbattimento della quarta parete a livello 2.0.
E in una puntata ci sono anche le Hillywood, due bravissime ragazze (che trovate su youtube) che creano parodie musical spassose delle migliori serie e film.
Veramente top!


I DUE FINALI 

A un certo punto, come in tutte le storie (beh, parlando di serie tv non è così scontato) si arriva alla parola fine.
L’episodio 5x19, Eredita la Terra, è per me il vero e unico finale della serie. Sconfitto Chuck e salvato il mondo, i destini di Dean, Sam e Jack sono pronti per compiersi.
Jack, che ha assorbito dentro di sé il potere di Chuck e anche la forza di Amara, decide che il genere umano deve essere sul serio libero di decidere per se stesso e quindi lui non interferirà con le singole decisioni delle persone.
Il nuovo Dio parte per esplorare l’universo, con un cammeo che richiama molto Dottor Manhattan di Watchmen e che ho apprezzato .
I mostri sono svaniti e Castiel, che aveva dato la sua vita per Dean, è tornato per volere di Jack.
I fratelli Winchester partono per andare a prenderlo e prima che Dean abbassi il portellone della sua adorata macchina di nome Baby, passa una carrellata con i personaggi più iconici della serie in una sorta di addio in versione amarcord.
Finale splendido, perfetto, impeccabile.
Salvo che a uno degli autori (gli possino) viene in mente che non va bene perché sennò sembra che Dean, Sam e Castiel saranno felici e quindi viene creata la puntata 5x20, Proseguire, dove i mostri sono tornati senza un vero motivo visto che Chuck e la sua cattiveria sono defunti.
Dean muore in un modo ignobile e stupido, Sam adotta due ragazzini e si vede la sua vita in un flash rapidissimo fino a quando anche lui se ne va in Paradiso.
Finale da vomito.
Ora, dico io, per una dannatissima volta in cui i protagonisti di una serie, dopo miliardi di traversie, dolore, perdite di persone care e via dicendo, possono essere felici, non va bene?
È roba da psicopatici.

Per me il finale resta la bellissima puntata 5x19 e la serie la promuovo, nonostante i suoi difetti, perché alla fine è stata una delle più creative, appassionanti, divertenti e iconiche serie fantasy degli anni Duemila.
Una serie da vedere, almeno una volta nella vita.