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Hannibal, amor (et mors) vincit omnia

Hannibal Lecter.
Non so voi, ma io amo tantissimo questo personaggio pazzesco creato dalla penna di Tom Harris (che non finirò mai di ringraziare) e lo amo in tutte le salse: libri, film e naturalmente la serie che oggi recensisco.


Faccio una precisazione, così non ci torno più sopra: la serie di Bryan Fuller non è del tutto fedele al romanzo Red Dragon, è semmai una reinterpretazione in chiave ucronica.
Che vuol dire?
Un cosa sarebbe successo se le cose fossero andate così e non cosà. Semplice.

Elenco subito i difetti che ho riscontrato nella serie, che comunque è lo stesso bella e si fa vedere.
Se vuoi reinterpretare qualcosa in chiave ucronica, devi davvero creare un prodotto che sia del tutto originale: Fuller, come è successo ad altri registi, ha optato per la via del comodo.
Ha osato, certo, ma non del tutto. 
Ha preso parti dei romanzi, le ha reinterpretate però si è tenuto sul terreno del sicuro e questo mi è dispiaciuto perché si capisce subito che la serie, se fosse stata davvero del tutto nuova e se avesse sul serio osato, avrebbe avuto un potenziale miliardi di volte più alto.
Ci sono anche delle scivolate narrative, perché ovviamente Fuller conta sul fatto che chiunque veda Hannibal sia esperto dei libri (o dei film) di Tom Harris, e anche questo non va bene.
Non tutti nascono imparati.

E parliamo ora della serie.
Qui abbiamo un rapporto molto particolare, un trittico interpretato da tre grandi attori: Mads Mikkelesen (Hannibal Lecter), Hugh Dancy (Will Graham) e Laurence Fishburne (Jack Crawford).
Jack è il capo della squadra FBI di Baltimore e ha un assoluto bisogno di Will e del suo genio malato (nel senso che lo fa impazzire) per risolvere dei casi altrimenti insolubili.
E in tutto questo c’è Hannibal, illustre psichiatra, amico di Jack, collaboratore dell’FBI (questo nei libri, finché non arriva Clarice Starling, non c'era), uomo di cultura, appassionato chef, appassionato serial killer e, come si scoprirà nella serie, amante di Will (ma anche qui la storia è la contorta, per quanto la coppia sia diventata canonica a dire il vero tutta la relazione è un "io vorrei, non vorrei ma se vuoi" come cantava Lucio Battisti).
Coppia canonica, perché qui non c’è Clarice Starling.
La coppia è omosessuale (non woke), composta da Hannibal e Will che se la giocano in maniera elegante in una specie stile malato alla Achille e Patroclo né con te né senza di te, fino all’epico finale (anche se in realtà la serie è stata interrotta alla fine della terza stagione, ma può terminare benissimo così o, come preferisco io, poteva terminare direttamente alla fine della seconda stagione).


Mads Mikkelsen è un attore eccezionale, ma chi lo segue nel suo lavoro questo lo sa già.
Il suo Hannibal è perfetto, non fa rimpiangere per niente la già fantastica interpretazione che fu di Anthony Hopkins.
Elegante, controllato, spietato quando serve, manipolatore, capace di un amore che va oltre ogni limite.
Peccato che nella seconda stagione, Fuller lo tratti come uno scemo, non ho assolutamente apprezzato il fatto che lo faccia cadere in trappola come se non fosse capace di accorgersi di niente.
Non è da Hannibal Lecter.
Un'altra cosa che non mi è piaciuta è che nella terza stagione venga chiamato Il mostro di Firenze.
Ecco, lasciamo Pacciani dove si trova, per favore.

Will Graham è molto diverso dal personaggio che abbiamo conosciuto nel libro di Red Dragon.
Qui hanno voluto farlo un po’ troppo simile a Spencer Reid di Criminal Minds, con la differenza che se Reid impara a gestire il suo dono (nonostante tutto il male che gli viene fatto), Will invece ne è del tutto vittima.
Che sia psicopatico è evidente, che non potrà cavarsela altrettanto ma, volente o nolente, sarà proprio l’amore/odio per Hannibal a salvarlo.
Non ho apprezzato, nella terza e molto tribolata stagione, il fatto che Will diventi identico a come viene presentato in Red Dragon: sposato e con un figlio (anche se non suo). Ancora una volta il regista non ha osato davvero.

Jack Crawford è anche lui diverso dal romanzo ed è diventato molto str***o, cosa che non ho a dire il vero molto apprezzato ma che sembra servire alla serie per andare avanti.

Ottimi anche i personaggi di contorno, almeno per quello che riguarda la psichiatra Bedelia interpretata da Gillian Anderson, l’agente dell’FBI Prurnell, che ha il volto di Cynthia Nixon, e l’antagonista della terza stagione, Francis Dolarhyde alias Red Dragon, interpretato da un bravissimo Richard Armitage che regge al cento per cento il confronto con il mitologico Ralph Fiennes.


Non ho apprezzato per intero la squadra di collaboratori di cui si avvale Crawford per analizzare le scene del crimine, forse perché le loro dinamiche mi hanno ricordato troppo quelle della squadra di scienziati che lavoravano con Temperance Brennan in Bones: troppi galli nel pollaio, frecciatine inutili, scene che rallentano le puntate che per fortuna si salvano comunque grazie a una scrittura davvero magistrale.

Altre due note negative sono il personaggio di Alana Bloom, psichiatra con un’infatuazione mai sviluppata per Will e un'altra per Hannibal, che è un po’ il famoso bastone fra le ruote della serie, e la giornalista Freddie Lounge che qui è la saputellona arrivista di turno.
L’unica cosa positiva è che hanno deciso di trasformarla in una donna perché, dopo l’interpretazione di Philip Seymour Hoffman, nessun altro attore avrebbe retto il confronto.

Perché vedere Hannibal? 
Perché alla fine, nonostante i suoi difetti (e sono molti), è una serie per pochi. 
È raffinata, intellettuale, ironica ma profonda, elegante, macabra, erotica, adrenalinica e cerebrale, proprio come l’opera di Tom Harris a cui si è ispirata.
È una serie che ha lasciato un segno indelebile.