Quando un film ti piace, e trovi anche i suoi difetti interessanti, significa che quel film ha fatto centro.
E io sono sempre felice quando trovo film come quello di cui parlerò in questo post: La Sposa!
E io sono sempre felice quando trovo film come quello di cui parlerò in questo post: La Sposa!
Partiamo dal titolo, con quel punto esclamativo che lo rende subito accattivante.
Un punto esclamativo, che ti invita a mettere l’accento e l’attenzione sulla parola sposa. Sposa di chi, di cosa? Questo lo vedremo più avanti.
Il film è realizzato da Maggie Gyllenhaall, un’artista che adoro perché è eclettica, creativa e osa sempre: basta ricordare uno dei film che preferisco, Secretary, dove recita accanto a James Spader, altro attore che amo tantissimo.
E oltre a Maggie c’è suo fratello Jake (ricordiamo che questi due sono stati fenomenali in Donnie Darko, insieme a Drew Barrymore e Patrick Swayze), ma ci sono anche Christian Bale, Jessie Buckley, Annette Bening e Penèlope Cruz...
Tutti eccezionali, eclettici, coinvolgenti e convincenti.
Ma di cosa parla, il film?
Cominciamo dalla storia così come la vediamo, una nuova interpretazione... no, una narrazione vera e propria della storia della moglie di Frankenstein che, diciamolo fra noi, nella versione originale dei romanzi non ha mai avuto il giusto posto e ruolo che si meritava.
Siamo a Chicago, nel 1936, e la giovane Aida viene uccisa.
Ma vuole il caso che il Mostro detto Frankie (ormai il dottor Frankenstein è morto e sepolto e il Mostro, giustamente, si è preso il nome) sia arrivato in città per chiedere aiuto dalla dottoressa Cornelia Euphronius affinché gli dia una compagna perché vivere in eterno da non morto è in effetti insopportabile.
E indovinate chi sarà la prescelta?
Bene, non vado oltre perché non voglio rovinarvi il film.
Vi parlo dei suoi piccoli difetti, prima di passare a quelli che secondo me sono i suoi punti di forza. I difetti sono pochi e hanno reso il film ancora più interessante perché lo hanno fatto diventare originale come lo sono davvero poche pellicole.
Il primo difetto è l’atmosfera futuristica, tutto fuorché il 1936 c’è in questo film: donne detective, femministe, indagini che sanno un po’ di CSI... un mix che però funziona, che aiuta a far filare la storia che ha un inizio un po’ lento e si espande in un crescendo sempre più ritmato.
Il secondo difetto è che a volte, complice le interruzioni dello spirito di Mary Shelley che fa da narratrice, sembra di trovarsi in una pièce teatrale e non in un film.
Ma anche questo è bello.
Ed è bello che ci sia un film che, seppure prendendosi con ironia e leggerezza, tratta due temi che sono pazzeschi.
Il primo è la violenza contro le donne.
Tutte le donne, in ogni epoca, di ogni ceto, etnia o paese.
La Sposa, sposa di se stessa e di nessun altro, è la voce di ogni donna che ha subito violenza e con il suo discorso al ballo (un ballo di incredibile potenza!) esprime un concetto che a molti uomini non è ancora entrato in testa: noi donne apparteniamo solo a noi stesse, non siamo una proprietà del maschio e no, non ci piace essere insultate, maltrattate e non amiamo subire nessuna forma di violenza.
Attacco cerebrale! (vedete il film per capire cos’è).
Il secondo concetto ruota attorno all’essere se stessi.
C’è una società, la nostra, che ci vuole tutti allineati, tutti burattini così siamo più facili da controllare.
Ma quando si sceglie di essere se stessi le cose cambiano e si viene additati come mostri, come divergenti, come diversi, come pazzi.
E alla fine rimane da chiedersi se siamo noi diversi, noi che siamo mostri e pazzi, o se lo sono tutti gli altri.
Il film una risposta ce la dà ed è chiarissima: i pazzi sono quelli che scelgono di non vivere, di non essere se stessi, di non andare fino in fondo.
Perché vivere (e qui prendiamo in prestito le parole a Mel Brooks, come ha fatto Maggie Gyllenhaal) “è la cosa più divertente che possiamo fare... anche senza ridere”.



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