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L'ultima cosa che mi ha detto: quando un sufflé si ammoscia ma è pur sempre buono

Quando l’ho guardata, avevo alte aspettative come con il romanzo.
Per il libro è stato il titolo ad attirarmi.
L’ultima cosa che mi ha detto.


Un titolo potente, davvero.
La serie non lo è stata altrettanto.
Bella sì, questo non lo nego, ma non da dieci e lode.
Ora vi spiego perché.
La trama è abbastanza semplice: Hannah è sposata da cinque anni con Owen che ha una figlia, Bailey, la classica adolescente boriosa che pensa di vivere sul piedistallo.
Un giorno Owen sparisce nel nulla.
Hannah riceve da parte di una sua allieva un bigliettino con la scritta proteggila, riferito ovviamente alla figlia.
Da qui e per altri sei episodi abbiamo una trama molto altalenante: da una parte Hannah deve far capire a Bailey che devono collaborare insieme se vogliono capire qualcosa, dall’altra abbiamo una serie di flashback che dovrebbero aiutarci a fare gli investigatori.



I flashback sono il primo, grosso problema.
Siamo di fronte a una soap opera o a una serie thriller?
Mi aspettavo che i flashback servissero a ricostruire cosa poteva essere successo a Owen ma non è così.
Il personaggio è quasi del tutto assente dalla serie, è un fantasma senza senso.
I flashback riguardano scene romantiche della sua storia con Hannah, come si sono conosciuti e i momenti salienti della loro storia, altri parlano di momenti che Owen ha trascorso con la figlia o con la prima moglie (i cui dubbi sulla morte permangono anche alla fine della serie) ma nessuno di questi è incisivo.
E dopo sette puntate la cosa diventa un pochino noiosa.


La trama è prevedibile, altra pecca che non si può perdonare.
Nonostante la bravura delle attrici, dalla costruzione degli episodi, a differenza del libro, si evince quasi subito che Owen ha avuto a che fare con la mafia e il programma protezione testimoni e che quindi ora sta fuggendo per salvarsi le chiappe e per tenere moglie e figlia al sicuro.
Sicurezza relativa, dal momento che Hannah dovrà scendere a patti col boss Nicholas che è pure il nonno materno di Bailey (il cui vero nome è Chris) altrimenti le loro teste saltano in meno di cinque secondi.
Il fatto che Owen, poi, nel corso degli anni sia diventato una specie di Steve Jobs è secondo me, tanto nel libro quanto nel film, una scelta stupida: praticamente si era già cucito addosso un bersaglio con la scritta sparatemi.


Poi c’è il fatto che spesso i libri non nascono per finire sul grande schermo e L’ultima cosa che mi ha detto era uno di questi.
Per quanto la serie sia piacevole e si fa guardare, non possiede la forza narrativa di un vero thriller né la presa emotiva di quelle serie che sanno creare personaggi d'impatto.
Volendo andare incontro a un pubblico variegato, i produttori hanno creato un prodotto discreto. 
Da sette, al massimo, ma non certo da dieci e lode.



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